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  • Paolo Cosseddu

Hype


Vivi e lascia morire è un film del 1973, ottavo della saga di 007, primo della serie che avrà come protagonista Roger Moore. In una scena molto famosa, Bond attraversa uno stagno saltando sulle schiene di una fila di coccodrilli. Non fu davvero Moore a fare la scena, in realtà si trattava di Ross Kananga, stuntman e proprietario a sua volta di un allevamento proprio di coccodrilli. Che erano veri, verissimi, e Kananga che pure era molto esperto riuscì nell’impresa solo al quinto ciak, alla fine dovettero dargli la bellezza di 193 punti per ricucirlo nei punti in cui le sue bestiole lo avevano pizzicato.


Ecco, governare è un po’ come correre sui coccodrilli, vederlo fare mentre si sta seduti in poltrona può sembrare facile e persino divertente, ma ci si fa male, anche se ci si chiama Ross Kananga. Con la differenza che la sequenza di Vivi e lascia morire dura cinque secondi, una legislatura invece dovrebbe andare avanti per cinque anni, un coccodrillo dopo l’altro. E il pubblico si aspetta che sia buona la prima. Quel che appare ormai chiaro a tutti è che, a tre mesi dal suo insediamento, il governo della destra guidata da Giorgia Meloni si sta scontrando con quel fenomeno noto come principio di realtà. Su questioni peraltro molto meno impegnative di una corsa sui coccodrilli: su tutte, l’uso del fatidico Pos, giacché se è da sciocchi impancare una guerra di civiltà su una bagatella tutto sommato marginale, ancor peggio è perderla, quella guerra.


Poi, dopo una mitragliata di altri scivoloni più o meno clamorosi, è arrivato il turno delle accise: e metti le accise, e togli le accise, con Salvini che fa l’opposizione interna (quella esterna è impegnata in altro): io te le taglierei, quelle accise! E di chi è la colpa? In un post pubblicato proprio su Ossigeno alcuni giorni fa, Giuseppe Civati dava la soluzione con azzeccata sintesi: “fare il pieno di voti senza pagare le accise della responsabilità e dell’onestà intellettuale e politica”. Ovvero, farsi votare promettendo miracoli, e poi dover ammettere come in quel cartello da bar che per i miracoli bisogna rivolgersi altrove. O forse c’è di più, e la colpa è dell’hype. L’hype, ovvero quel fenomeno di attesa che si crea quando viene annunciata una novità che promette grandi cambiamenti. Steve Jobs, per dirne uno, era un maestro Jedi dell’hype, quando presentava i suoi nuovi prodotti in un clima di attesa quasi religioso.


Solo che alla lunga è diventato un trucchetto, come quando si attendono gli sconti del black friday salvo scoprire che sono farlocchi. O come quando leggiamo per giorni e giorni anticipazioni entusiaste di una delle decine di serie che escono ogni mese, e quando poi ne vediamo una mezza puntata ci viene voglia di spararci alle rotule. Che poi, nessuno può vivere in un costante stato di eccitazione, alla lunga l’effetto si annulla. Dai, votiamo Giorgia Meloni! È nuova! Facciamola governare, e poi si vedrà! La prima donna premier della storia italiana! Chissà come sarà Meloni premier, chissà, chissà, chissà! Spoiler: la solita delusione. Anzi di più, un refolo in una tempesta, un danno oltre la beffa, l’ennesima edizione di chi arriva promettendo di cambiare tutto e poi, poi, a malapena riesce a cambiare l’insegna del ristorante, tipo Cucine da incubo. E il menu? La solita zuppa. Salata.


Allora uno pensa, beh, basterebbe farla finita coi cialtroni e votare persone serie, proposte puntuali. Naaa, l’articolo non interessa. Lo illustrava splendidamente il documentario di qualche mese fa su Wanna Marchi: nelle sue prime apparizioni televisive, timidina, educata, non vendeva nulla. Non appena si è messa a strillare promettendo che spalmandosi con la sua melma in barattolo sarebbero sparite le trippe in eccesso, è diventata miliardaria. Non era vero niente? Dettagli. E anche Giorgia Meloni non scherza, in quanto a strilli, c’è un ampio repertorio oggi faticosamente accantonato per esigenze di profilo istituzionale: roba che uno normale, avendola vista sbraitare in questi anni, avrebbe dovuto farsi due o tre domande. A partire da: ma è matta? Sta bene? Fa sul serio? E invece no, funziona. Piace. Se provi ad alzare un dito per obiettare ti rispondono che non capisci. Gli analisti si esaltano, creano l’hype, appunto, ne scrivono e lodano l’efficace comunicazione, come già hanno fatto per molti altri prima e faranno per quelli che verranno dopo, spinti all’imitazione del modello dalla prospettiva di un folgorante successo. Almeno finché non li vedono all’opera. Allora scatta la delusione. E chi se lo sarebbe mai immaginato. Già, chi?





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