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  • Giuseppe Civati

A volte penso



A volte penso a ciò che succederà quando le persone che nell’ultimo decennio hanno attraversato il canale di Sicilia e prima ancora le atrocità della Libia si faranno una posizione, come si suol dire, e ci chiederanno conto di ciò che è successo in questi anni. Chissà se riusciremo ancora a minimizzare e a chiamarci fuori dalle responsabilità. Se useremo espressioni del tipo “a quel tempo si pensava così”, “erano tutti d’accordo”, “non sapevo” e, forse, “eseguivo solo degli ordini”.


Eppure, ci diranno, “tutti sapevano”, “avevate gli strumenti per comprendere ogni cosa” e, forse, “lo facevate apposta”. È vero e sarà vero.


In un contesto già irrimediabilmente osceno, il governo italiano, come già i precedenti, anche quelli di matrice sedicente progressista, ha ritenuto ancora una volta di ribadire che il problema non sia quello gigantesco che ci viene raccontato ogni giorno, ma è costituito – soprattutto se non esclusivamente – da chi si è ha scelto di mettersi a salvare vite in mare.


Benché anche i loro numeri dicano il contrario, si è stabilito che i colpevoli, in questa storia, siano gli attivisti che soccorrono i naufraghi.


Ci vuole un codice di condotta, dicono, come se tutta questa storia avesse dei contenuti morali. La condotta, pensate un po’.


L’obiettivo è insabbiare. La Libia è un posto perfetto, per insabbiare. Ora tocca al mare. Insabbiamo pure quello.


Non si tratta soltanto di un accanimento o di una campagna ideologica: sarebbe un errore pensarlo.


La verità è che non ci deve essere nessuno, perché non c’è nulla di umano, in quel percorso. E non si tratta solo di evitare che qualcuno possa raccontare – quello che accade lo sapremo comunque, ma il sapere ci basta per negare, immediatamente, tutto quanto.


Si tratta di evitare che non ci siano elementi residui di umanità, in tutta questa storia. Che non ci siano altri punti di vista, nella versione che stiamo dando a noi stessi.


Dentro questa versione ci sono tutte le schifezze possibili, a cominciare dall’estremo razzismo della difesa di confini che noi per andare “di là” possiamo superare senza fare alcuna fatica, della prevaricazione dei più forti contro i più deboli, della retorica della violenza e della sicurezza a cui siamo così affezionati e che però si rovescia, come una barca (già “barcone” è parola che si usa solo per quelle non-persone), se serve a noi per difenderci dagli altri. E c’è anche un bel po’ di quel suprematismo bianco che alcuni dicono di disprezzare ma che non fanno nulla per contrastare. Poi ci si stupisce se alcuni estremisti ne facciano una bandiera.


A volte penso che quando si legge che ciò che accade sulle vie dell’immigrazione sia inimmaginabile si aggiunge un altro torto. Lo si afferma per assolverci e non è affatto vero. Non solo è immaginabile, ma è programmato e pianificato. E non dalle organizzazioni non governative, no, no: proprio dalle organizzazioni governative ovvero dalla politica e da tutti noi che le votiamo. E che seguiamo una condotta precisa, che si è dimenticata i codici che invece rivendica e usa per contestare chi a questa merda si ribella.


Chissà se qualcuno ce lo dirà, in futuro. Noi fingeremo di essercelo dimenticati per la semplice ragione che ce lo stiamo dimenticando già.



Sullo stesso argomento, People ha pubblicato ResQ - Storia di una nave e delle donne e degli uomini che la fecero, disponibile qui.

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