• Paolo Cosseddu

Aillof al atov



L’altro giorno, all’ora di pranzo, uno di quegli aerei pubblicitari a elica ha sorvolato la spiaggia di Sabaudia, all’altezza di Torre Paola e del lago omonimo, trascinando uno striscione che diceva: “vota la follia”. I bagnanti erano in altre faccende affaccendati, tra ammolli, insalate di mare, partite a racchettone, ma per un attimo hanno smesso di fare quello che stavano facendo, incuriositi. Tempo di prendere gli smartphone per immortalare l’episodio, e l’aereo ha fatto un secondo giro, questa volta però nella direzione opposta, così che lo striscione, rovesciato, ora diceva “aillof al atov”. Il momento era già passato, negli sguardi perplessi del pubblico a terra e a mollo, e tutti hanno ripreso con le loro occupazioni.


Il primo mesetto di questa anomala campagna elettorale estiva è passato un po’ così, con i partiti a dirsene di tutti i colori, e i giornali a titolare di polemiche clamorose, mentre molti italiani erano in vacanza e recepivano a tratti: che ha detto Calenda? E cosa ha risposto Letta? Ma quindi Giorgia Meloni? Difficile capirci qualcosa. Non che agli italiani della politica non freghi niente. Frega il giusto. Ma anche le vacanze hanno un loro perché, e queste sono le prime che si svolgono in un clima tutto sommato normale, dopo due anni di restrizioni e di pandemia. Il lago di Sabaudia, peraltro, ha una storia lunga millenni, i primi insediamenti vi si sono stabiliti durante la preistoria, più avanti Nerone ordinò di costruire il Canale Romano che doveva collegare in modo sicuro il porto di Ostia col lago di Averno. Ma il progetto non andò a buon fine, a quanto pare nemmeno gli antichi romani erano infallibili in quanto a infrastrutture, il che spiega molte cose, col senno di poi. Nel XII secolo arrivarono i benedettini, poi l'amministrazione pontificia avviò i primi lavori di bonifica dell’area, paludosa e malsana, ma fu solo con le famose bonifiche dell’Agro Pontino volute da Mussolini all’inizio degli anni Trenta che il lago assunse l’aspetto attuale. I lavori, affidati all’Opera Nazionale Combattenti, non furono facili. Morirono molti operai – ancora oggi non si conosce il numero esatto – e molti furono deportati i quanto fomentatori di dissenso, in particolare socialisti, repubblicani e liberali: a differenza dei loro attuali eredi, per quanto le linee di discendenza siano ormai più che vaghe, evidentemente avevano trovato il modo di unirsi. Posto che da questa storia si possa ricavare una qualche morale, ovviamente. Alla fine del diciannovesimo secolo l’area del lago, che oggi è protetta e fa parte del parco nazionale del Circeo, finì alla famiglia Scalfati, che oggi si è divisa fra i vari eredi dopo una lunga battaglia legale (forse metaforica anche questa, ma non esageriamo).


Comunque, nel cuore di quella che ancora oggi è rivendicata come l’opera più grandiosa del regime, si trova la risposta alla domanda fatidica “ma dove li vedete tutti questi fascisti?”: basta andare in spiaggia, e guardare i tatuaggi dei frequentatori soprattutto maschili, di età varia tra i 16 e i 50 anni circa. Aquile, stemmi inequivocabili, “memento audere semper” e altri motti latineggianti, fatti con maggiore confidenza rispetto a quelli che scelgono caratteri giapponesi e rischiano di portarsi addosso vita natural durante una scritta del tipo “involtini primavera”. No, qui i riferimenti sono chiari, al momento non si avvistano “hikikomori te salutant”, ma forse è ancora presto, vedremo la prossima estate. Tra questi ragazzotti più o meno cresciuti forse non c’è molto interesse per la campagna elettorale, ma non per questo manca una coscienza politica. Solo, a guardarli nelle loro occupazioni vacanziere e intuendo la loro provenienza di rampolli di buona famiglia, viene da chiedersi se ne hanno piena consapevolezza. Le colonie estive dei tempi che celebrano sulla loro pelle (si fa per dire) non erano così spensierate, o meglio: lo erano solo per alcuni, e forse l’equivoco di questo particolare momento storico è quello di essere portati a pensare che si farà sempre parte di quelli più fortunati. Un po’ come la patrimoniale, la avversa anche il poveraccio perché non si sa mai, metti caso che diventi ricco. E che importa se domani vivremo in un Paese un po’ meno libero? L’importante è che riguardi qualcun altro. Solo che è grosso, come rischio.

Come convincere queste persone che è anche nel loro interesse, che le cose vadano diversamente? Ecco, questo è il problema. Fare politica, e soprattutto far campagna elettorale, è come cercare di sparare a un gamberetto. Che nuota nell’oceano. In un occhio. Con un fucile a pallini. Dalla Luna. Settimane di messaggi e polemiche clamorose, che certo infervorano la propria bollicina, sempre più –ina –ina, ma fuori? Chissà cosa passa, mentre la gente è impegnata in tutt’altro. Com’era? “Aillof al atov”? Ma che vuol dire?


 

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