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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Alaska, Biden e lo "smetto quando voglio"


Da giorni è entrata - non proprio di prepotenza, diciamo - nel dibattito pubblico statunitense la notizia che il presidente Biden ha approvato il piano della ConocoPhillips per nuove estrazioni petrolifere in Alaska. Notizia che ovviamente è stata accolta da larga parte del mondo progressista come un tradimento. Un sentimento legittimo.

Biden aveva dichiarato in campagna elettorale che non avrebbe autorizzato alcuna nuova trivellazione. Per la precisione, aveva dichiarato: «Basta trivellazioni sul territorio federale. Punto. Punto, punto, punto». Il che cozza un po' con un piano da 8 miliardi di dollari per l'estrazione di 600 milioni di barili di petrolio come quello previsto per l'Alaska.


Nonostante queste cifre possano sembrare astronomiche - e per molti versi lo sono, non si intende negarlo - il tradimento che questa decisione rappresenta è più simbolico e di prospettiva, che reale nelle proporzioni.

Simbolico perché, appunto, appare come una gigantesca presa in giro dopo le grandi dichiarazioni rilasciate non solo in campagna elettorale, ma anche nel recente discorso sullo stato dell'Unione. Difficile dare torto a chi accusa di ipocrisia Biden. Simbolico anche perché tradisce un impegno sul contrasto al cambiamento climatico ancora ambiguo: nonostante la sua amministrazione abbia stanziato il pacchetto di riforme - e di spesa federale - più ampio e significativo della storia degli USA in termini di interventi ambientali e per la transizione energetica, nel corso di questi due-tre anni di presidenza Biden la produzione di carburanti fossili non è diminuita di un singolo barile. In questo senso, persino le nuove trivellazioni in Alaska risultano poco più che una goccia nel mare - pun intended. L'industria estrattiva americana, infatti, è un tale colosso che persino un progetto da 600 milioni di barili di petrolio rappresenta, in proporzione, poco più che un'inezia: va a incrementare la produzione USA dello 0,2%.


Il che però non significa minimizzare questa scelta improvvida, ma piuttosto considerarla la plastica rappresentazione di ciò che gli Stati Uniti, ma per la verità tutto il mondo industrialmente sviluppato, deve fare: vogliamo semplicemente continuare a raccontarci facendo l'occhiolino che entro il 2050 arriveremo al traguardo delle emissioni zero, o vogliamo davvero segnare un punto di svolta da cui non tornare indietro?


Gli USA sono il primo produttore al mondo di petrolio e gas naturale, e il terzo di carbone. Anche in seguito alla guerra in Ucraina - e allo spostamento negli approvvigionamenti energetici europei che ha causato - sono destinati a diventare il primo esportatore di gas liquido al mondo.

Un export che secondo le agenzie governative statunitensi è destinato a più che raddoppiare entro il 2030, mentre le fonti fossili resteranno le più utilizzate nel paese fino per lo meno alla metà del secolo, sempre secondo le stesse fonti.


Il punto è, quindi, simbolico e di prospettiva, e lo ha riassunto molto bene in un suo fondo per il New York Times il giornalista e scrittore - ed esperto in materia ambientale - David Wallace-Wells: «Bersi un bicchiere non è prendere una sbronza, ma a un certo punto, se speri di lasciarti alle spalle l'alcolismo, devi davvero smettere di bere. O per lo meno, smetti di farti consegnare a casa il vino».


Un discorso che non vale solo per Biden e gli USA, ma anche per l'Europa, e soprattutto per l'Italia che ultimamente ci sta regalando perle non da poco, con la sua nuova battaglia contro le auto elettriche e ora persino contro i carburanti sintetici. Perché, come detto sopra, quel gas naturale di cui gli states sono ormai il massimo esportatore arriva in larga parte qui da noi. Noi che, appunto, anche quando parliamo di e-fuels, cioè di carburanti non derivati direttamente da fonti fossili, mentiamo sapendo di metano - se mi passate il terribile gioco di parole - perché l'idrogeno essenziale alla sintesi di queste nuove benzine e diesel è ricavato ad oggi in massima parte proprio dal gas naturale.


Non è più tempo di "smetto quando voglio", ce lo ha ricordato qualche giorno fa per l'ennesima volta l'IPCC. E se certamente gli sforzi di Biden e di un pezzo di Europa per inquinare meno sembrano fantastici se paragonati alle miserie di casa nostra, dobbiamo dirci che non sono comunque ancora abbastanza. Punto. Punto, punto, punto.

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