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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

All'armi son fascisti


Quanto tempo ci vorrà prima che in Italia, o comunque in qualcuna delle democrazie occidentali del cosiddetto primo mondo, scoppi una guerra civile o nascano forme di lotta armata? Per decenni, e ancora fino a pochi anni fa, chiunque avesse posto una domanda del genere si sarebbe preso, nella migliore delle ipotesi, del matto. Da un po’ di tempo, invece, la questione appare molto meno peregrina. Prendiamo i disordini avvenuti alla Camera questa settimana: che le aule parlamentari possano trasformarsi in arene non è esattamente una novità dei tempi attuali, vi abbiamo visto scene di ogni tipo e forse le abbiamo pure rimosse per una sorta di igiene mentale. Però viene da chiedersi: c’è un salto di qualità? Ovvero, stiamo scavallando rispetto alle zuffe del passato, che erano magari episodiche, o talvolta un po’ sceneggiate, tra cappi, fette di mortadella, parlamentari trascinati per i piedi? Circondare un collega per menarlo, e poi giustificarsi il giorno dopo dicendo che ci vorrebbe il Var, perché era tutta una simulazione, è un tentativo di buttarla a ridere, per quanto maldestro, o c’è qualcosa di più?

 

I ritrovi più o meno clandestini in cui gruppi di destra (che però per la prima volta sono parte importantissima del principale partito di Governo) cantano di manganelli e bombe a mano, inneggiano a Mussolini e a Hitler, si scambiano saluti gladiatori, quanto ci devono preoccupare? Se ci mostrassero incontri segreti dei Giovani Democratici che rievocano l’Armata Rossa ci verrebbe un po’ da ridere, forse nessuno riuscirebbe a prendere così sul serio l’idea che in Italia ci possa essere un colpo di stato autoritario guidato da teenager piddini, che dire quindi dei pupilli di Giorgia Meloni? È una questione culturale, che ci fa orrore ma non capiamo fino in fondo? Quand’è che fenomeni di questo tipo cessano di poter essere considerati folcloristici per diventare un fatto politico con tutte le conseguenze del caso? Se non l’evocazione delle camere a gas, i pestaggi, almeno quelli contano?

 

Quest’anno è uscito un film, diretto da Alex Garland, che ha fatto subito discutere, sia per l’argomento che tratta che per come lo mostra, si intitola Civil War e, come promesso già dal titolo, mostra alcuni reporter di guerra impegnati a raccontare ciò che succede nella prima linea di un’ipotetica guerra civile in corso sul territorio statunitense. Da un certo punto di vista, non si vede nulla che non si sia già visto e rivisto in cento film più o meno sullo stesso tema, e in quanto a potere profetico forse ancora nessuno si è avvicinato a quanto Alfonso Cuaron aveva descritto ne I figli degli uomini, che uscì nel 2006. In Civil War, anche nella sua parte più impressionante, quella della guerriglia con l’assalto finale alla Casa Bianca, la sensazione di déjà vu è forte, anzi, a chi è capitato di giocare a Modern warfare 2, uno dei capitoli della saga videoludica di Call of Duty, sembrerà di rivivere esattamente le stesse scene. Con una differenza importante, però: oggi non diremmo più, come avremmo fatto fino a qualche tempo fa, che non può succedere, ma piuttosto ci chiederemmo quando.

 

Del resto, un assalto al Campidoglio l’abbiamo già visto, giusto tre anni fa, e per quanto fosse in fondo tremendamente disorganizzato, ci aveva terrorizzato a sufficienza. Sul territorio americano, i gruppi di survivalisti, fondamentalisti, suprematisti e chi più ne ha più ne metta sono centinaia, armati fino ai denti: cosa succederebbe se alle ormai prossime elezioni Donald Trump dovesse perdere, e rifiutasse con ulteriore forza l’esito delle urne come già quattro anni fa? C’è ancora qualcuno che crede che sia così scontata la pacifica transizione di potere? Per tacere del fatto che, peraltro, potrebbe invece vincere, e i motivi per preoccuparsi sarebbero più o meno gli stessi. Che conseguenze avrebbe una torsione fascista nel Paese guida dell’Occidente, e cosa accadrebbe se di qui a poco non solo gli Stati Uniti, ma anche i tre Paesi motore dell’Unione Europea, ovvero Francia, Germania e Italia fossero tutti in mano a formazioni postfasciste? E se invece a un certo punto decidessero che stare all’opposizione non gli va più bene? È solo allarmismo, direbbe qualcuno, e magari in parte è pure vero, solo che a furia di casi isolati è diventato un po’ complicato esserne così sicuri. Come si dice, meglio prudenti che dispiaciuti.

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