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  • Immagine del redattoreJessi Kume

All Cops are Borders


C’è una famiglia di tre persone a bordo di un treno regionale che va da Ventimiglia a Cuneo. La giovane donna incinta al settimo mese siede accanto al compagno che tiene la loro bimba di qualche anno accovacciata in braccio. Un viaggio tranquillo se non si trattasse di una famiglia ivoriana e questa è l’Italia razzista del 2023. Alla fermata di Breil salgono sul treno sei gendarmi francesi che ordinano alla famiglia di scendere dal treno perché, secondo la polizia, irregolari. Il treno però non supera il confine, non va in Francia. Tutto si svolge nel territorio nazionale italiano. Ma apprendiamo dalle attiviste di Ventimiglia che questa è una procedura standard nella stazione di Breil (in Italia). La polizia francese sale e fa controlli profilando le persone non bianche. Mi sembra a tutti gli effetti una caccia al migrante.

C’è un video che testimonia la spropositata violenza di polizia a bordo del treno. La donna, l’uomo e persino la bambina sono vittime di pesanti percussioni. Sono sei contro tre, di cui una bambina immobilizzata sul sedile di Trenitalia, tenuta ferma da un poliziotto. La pattuglia impone alla famiglia di scendere dicendo che stanno causando ritardo e disagio agli altri passeggeri.

Come se fosse quello il disagio.


La famiglia infine è costretta a scendere con la violenza. Per le persone razializzate ormai non è più sicuro nemmeno prendere un treno in questo paese. Io non so cosa si possa provare in quell’istante. Non so alla bambina che traccia lascerà un episodio del genere probabilmente aggiunto a tutta un’altra serie di violenze di cui quel corpicino ha già esperienza. Non so quel padre e quella madre cosa possano provare nell’impossibilità di difendere la propria bimba e di difendere loro stessi. Mi viene in mente una scritta che avevo visto su un muro di non mi ricordo di quale città: “All cops are borders”. Quei gendarmi senza cuore e senza alcuno scrupolo sono l’immagine del confine riprodotto ovunque. Ovunque ci sia una forza dell’ordine le persone migranti vedranno un confine, avranno paura della sofferenza inflitta dal confine che scorre nei pugni e nelle botte delle forze dell’ordine. Un confine che ti dice qual è il tuo posto.


Il nesso di discriminazioni e violenza razzista nei treni evocano alla mente immagini che con tutto il cuore io vorrei lasciare intrappolate nel passato. Eppure, non siamo nell’Alabama degli anni Cinquanta ma nella nostra democratica Italia, all’interno di un’Unione Europea che fa della libertà la sua bandiera mentre i diritti basilari degli esseri umani sono schiacciati tra i sedili di un regionale in Piemonte.

Il vagone sembra essere pieno, eppure nessuno si è alzato. Nessuno ha detto nulla e questo ci pone fronte a una questione urgente. Dico urgente perché quella famiglia aveva il diritto di stare su quei sedili, dico urgente perché non si contano quasi più le sentenze della corte europea sulle violenze inflitte sulle persone migranti. Eppure, queste non si fermano mai e diventano ogni giorno più crudeli. E più rimangono impunite, più questi comportamenti sono legittimati.

Non possiamo essere testimoni di tali fatti e non agire. Non possiamo essere indifferenti perché essere indifferenti è un privilegio. Il modo in cui i paesi occidentali trattano le persone migranti è razzista, violento e disumano. Se mai vi è stata una linea di confine della violenza, l’abbiamo di gran lunga superata.

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