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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

All’ultimo minuto non si vince mai



Le sconfitte del centrosinistra alle Regionali di Lombardia e Lazio sono talmente pesanti che non è sufficiente cavarsela parlando come al solito di alleanze - mancate e non - e di divisioni, e sono ancora più gravi alla luce della spaventosa astensione, che peraltro rappresentava un problema precedente, da sempre trascurato, anche nelle occasioni in cui il risultato era stato opposto.

Al solito, il problema è più profondo.


Nel caso lombardo soprattutto è evidente che si sia partiti troppo tardi, nell’individuazione del candidato (e nelle modalità con le quali lo si è individuato), nelle scelte programmatiche, nelle parole chiave che dovevano arrivare ai cittadini dopo un lungo periodo di governo ininterrotto della destra.

La sfida era difficile, e lo si sapeva, ma ciò che ci insegna questa storia è che, in attesa che gli altri inciampino e si dividano, che incorrano in errori grandi e piccoli, che perdano il favore dei consensi, è il caso di prepararsi. Per tempo. Perché anche il tempo si prepara.

L’esempio più chiaro è quello delle prossime elezioni Europee, che si svolgeranno tra un anno. Sembra un periodo molto lungo ma non lo è affatto.


Chi vuole riunire le forze intorno ai temi a cui tiene di più – pensiamo al clima, la questione delle questioni – deve partire ora. Deve farlo collegando tutte le persone che sono attive sul tema, innanzitutto, sensibilizzando le amministrazioni locali perché si muovano in una direzione più ambiziosa, iniziando a far circolare non soltanto slogan elettorali, ma punti ed elementi. Prima ancora delle alleanze formali, quelle che appassionano gli addetti ai lavori, che arrivano alla fine e ultimamente non arrivano nemmeno (si ricorda peraltro che il sistema elettorale delle Europee non è l’osceno sistema elettorale delle politiche e consente a ciascuno di scegliere la lista che preferisce e di indicare le candidate e i candidati in cui si riconosce di più).

È un lavoro oscuro, certamente, ma per vincere la disaffezione e per mobilitare le persone non ci si può presentare la sera prima con un volantino e un “come si vota”. Soprattutto se si intendono affermare cose che non ci sono ancora, potremmo dire, argomenti che non sono abbastanza noti e popolari. Le scelte vanno ragionate e le soluzioni individuate e illustrate per tempo, non buttate lì su un manifesto dell’ultimo minuto.

Se si guarda poi all’affluenza, siamo ben oltre la preoccupazione e l’emergenza. Siamo di fronte a un Paese che ha rinunciato alla sua politica, forse perché la politica ha in buona parte rinunciato al Paese.


Ossigeno pensa si debba fare, anche per recuperare le opacità degli ultimi anni, le incoerenze, le sfide mancate. Pensate al salario minimo, che è comparso alla fine di legislature guidate in buona parte dal centrosinistra, come se si trattasse dello spirito delle scale. O le migrazioni, che la destra ci impone di discutere ancora come se fossimo al primo sbarco. O le disuguaglianze, con l’Italia che pare essere uno dei pochi paesi del mondo in cui il problema nemmeno si pone. Tutte questioni che possono essere affrontate in chiave europea, anzi è proprio quello il livello da cui discendono, se solo sapessimo uscire dal provincialismo sempre più asfittico del nostro dibattito pubblico e della nostra politica.

Lo stesso congresso del Pd, insieme troppo breve e troppo lungo, non ha dato il segnale che molti elettori attendevano. La discontinuità non si è percepita, né la voglia di fare davvero qualcosa di diverso. E invece c’è da fare parecchio, da subito, per cambiare le cose.

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