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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Amore, politica e altri guai


Dopo 14 lunghi anni passati sotto la guida dei conservatori, a un certo punto gli inglesi hanno iniziato a sperare che a governarli fosse Larry, il gatto residente al numero 10 di Downing Street. Ma, probabilmente, anche lui non ne può più: nato nel 2007, in anni felini risulta più vecchio persino di Biden - anche se decisamente più scattante - e siccome di primi ministri e prime ministre ne ha visti sfilare un tot ricorda bene che l’ultimo tizio normale di questa improbabile sequenza era stato David Cameron, otto anni fa. Un conservatore, certo, ma quantomeno uno capace di mangiare un piatto di minestra senza sbrodolarsi, cosa che probabilmente non vale per i suoi successori. Da allora, infatti, solo comparse da bar di Guerre Stellari indebitamente promosse a protagonisti: Theresa May, che si era fatta bocciare gli accordi sulla Brexit voluta dal suo stesso partito; Boris Johnson, uomo colto, scrittore, studioso di Shakesperare, ma anche cartone animato buffo, però non alla Mr Bean, più tipo Joe Pesci in Quei bravi ragazzi; Liz Truss, insuperata, nominata due giorni prima della morte di Elisabetta II (forse proprio a causa di questa scelta? Chissà), che con il suo piano da 45 miliardi di sterline ha affossato la valùta e la già provata economia nazionale, e tutto in un mese e mezzo, fenomena vera; e infine Rishi Sunak, che sembra preso dal cast di Bridgerton e in quanto ex businessman, come si è capito poi, era in effetti stato preso per liquidare la procedura fallimentare dei Tories.

 

E adesso, alla fine di tutta ‘sta tragedia, hanno vinto i Laburisti. I commentatori italiani sono corsi a interrogarsi: qual è il loro segreto? Il riformismo? Il posizionamento moderato? Tutto può essere, ma probabilmente quando gli avversari si suicidano, alla lunga, aiuta. Aiuta e molto anche la legge elettorale inglese: in percentuali, il Labour ha preso il 34, superando i Conservatori di dieci punti, e tre milioni di voti in più. Reform UK, il partito di destra-destra guidato da Farage, ha preso il 14, ed è solo grazie al matto sistema dei collegi uninominali secchi che oggi l’Inghilterra cambia colore: in un proporzionale, o in uno che premia le coalizioni tipo quello italiano, ciaone, staremmo raccontando un’altra storia. Quindi sì, è vero che gli inglesi, dai e dai, si sono stufati del circo, ma in fondo nemmeno poi così tanto: anche la popolarità di Larry il gatto, in fondo, è rivelatoria, visto che i gatti mangiano a sbafo, fanno danni per mero dispetto, dormono la maggior parte del tempo e graffiano a tradimento. Ma i padroni li amano ugualmente, e lo stesso vale per gli elettori.

 

Se infatti le scelte dell’elettorato fossero razionali, in Italia non avremmo Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Dopotutto, prima di lei non eravamo governati dall’uom che tutti ci invidiano, dal migliore dei migliori del mundo mundial, dal Goat fatto e finito? E prima ancora, non era forse in carica “il Governo più a sinistra della storia repubblicana” (cit.)? Invece no, fanculo il fenomeno, fanculo tutto, dateci la fascistella, tiè, dateci Lollobrigida e Delmastro e Sangiuliano. È la democrazia, bellezza. Gli inglesi ce l’hanno, in qualche forma, sin dalla fine del 1600, hanno inventato il modello Westminster, pur tenendosi l’orpello monarchico, e in secoli e secoli ne hanno viste di tutti i colori. Gli americani pure di più: ci sono arrivati cento anni dopo, ribellandosi proprio all’odiato re britannico, e non si sono risparmiati fra omicidi, attentati, guerra civile (singolare, almeno per ora) e impeachment, fino alla presidenza attuale che è guidata da uno a cui gli si vuole pure un po’ di bene ma è oggettivamente abbastanza rintronato, sfidato da un brutto ceffo a cui in nessuna situazione accettabile dovrebbe essere consentito di fare politica, e invece non solo potrebbe diventare l’uomo più potente del mondo ma incredibilmente lo è stato già. E a fronte di questa follia gli elettori sembrano dire “ok, datecene ancora”.

 

Il senso di tutto questo? Ah, saperlo. Nella notte dei risultati inglesi impazzava in tivù Alastair Campbell, che era stato lo stratega di Tony Blair. E Tony Blair, per dieci anni, era stato come i Beatles e le Spice Girls insieme, poi però aveva fatto anche lui qualche casino, aveva invaso un Paese lontano assecondando fake news e alleati infingardi, sapete com’è. Qualcuno ancora lo prende a modello (e ci lavora, ehm), e persino Starmer gli deve parecchio (ri-ehm), un mad love in cui il popolo inglese era cascato con tutte le scarpe, almeno finché non ha deciso che era finita, e che ebbene sì, sono meglio quelli che abbiamo visto in questi ultimi anni, per quanto improbabili. Sono amori pazzi e disinnamoramenti repentini, fanno parte di questo strano gioco, e del resto di amour fou soffrono spesso altri professionisti della democrazia, i nostri vicini francesi che erano usciti letteralmente di melone per Sarkò e Carlà - ricordate? - e gli piaceva parecchio pure quel bel giovane Macron, beh, almeno finché non gli è piaciuto più.

È come quando si incontra un’ex (o un ex), a braccetto con qualche esemplare antropomorfo improbabile, e ci si chiede come, come diavolo è possibile che stia con quel coso? Ma la democrazia non c’entra: è l’amore, bellezza.

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