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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

Arlecchino, servitore di tutti e di nessuno



«Ah, averne uno per le mani, di questi padroni che ti rubano l’anima e ti mettono a sgobbare, per far su le loro ricchezze.

Solo che mica è come una volta, che il padrone ce l’avevi davanti in carne e ossa, col suo bel nome e cognome: adesso si nasconde sotto il mantello dell’algoritmo aziendale!

Che come fai ad acchiapparlo, l’algoritmo aziendale? È uno spirito fantasmifero, è lui che ti acchiappa e ti si inchiappa, da dietro e da davanti, che non sai come pararti il culo,

come fai a difenderti? E così davvero non mi resta che servire? Rimettermi ’sta maschera, e recitare la parte che me spetta dal copión.»

L’Arlecchino di Marco Baliani, interpretato da Andrea Pennacchi, è un Arlecchino servitore di ben più di due padroni, secondo il dettato goldoniano. L’Arlecchino con il punto di domanda – come vuole l’autore del testo e regista dello spettacolo –  è servitore di tutti e di nessuno, perché non sa a chi deve servire, in un senso profondo e molteplice, che lo conduce allo spaesamento più totale (e più ridicolo, perché di commedia comunque si tratta). L’Arlecchino con il punto interrogativo sa ancora meno dei suoi illustri predecessori e in buona sostanza non sa a chi deve rendere conto, non sa nemmeno come funzionano le cose: si attiene al copione perché il suo unico riparo è il conformismo delle buone maniere – a cui per sua natura fatica ad attenersi.

Arlecchino con il punto di domanda – che è già una risposta, potremmo dire – è ciascuno di noi. Siamo servi, in generale, di cose che “servono”, che spesso non hanno valore di per sé, che appunto servono a qualcosa, anche se non sappiamo bene a che cosa. E servi di qualcosa che non vediamo e non conosciamo: servi a prescindere, ben oltre quella «servitù volontaria» che ci arriva dalla più nobile tradizione politica. «Non è mica come una volta», appunto, è pure peggio. L’unica cosa che ci consola è il sentimento, che si sottrae a questo impianto, un sentimento che se non trionfa almeno se la cava, nonostante tutto. E che rende ancora più ridicola la figura del voltagabbana, ancora convinto che a cambiar bandiera si trovi la soluzione. Il problema è capire qual è la bandiera, proprio quella che si nega, che è di per sé «fantasmifera». Del resto, il sugo della commedia, per Baliani, è che tutto «sembrerà falso e invece è tutto finto», e non è la stessa cosa, per lo spettatore del 2024 soprattutto.

A ciò si aggiunge l’estro di Pennacchi, che introduce altre contraddizioni irrisolvibili – lui venetissimo che invece si presenta come “foresto”, una chiave che troverà soluzione solo nell’ultimo atto, con un’agnizione che non vi possiamo rivelare. Un Über-Arlecchino, insomma, super e oltre.

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