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  • Immagine del redattoreCaterina Appia

Asessualità, questa sconosciuta

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«Dottoressa, sono stata da uno psicologo per anni, ma quando ho detto di essere asessuale lui mi ha detto che l’asessualità non esiste, che è solo una categoria mediatica».

«Dottoressa, ho sentito parlare di asessualità per la prima volta e mi sembra un termine in cui potrei identificarmi, ma non so da dove partire».

«Sono asessuale e temo che questo comprometterà la possibilità di avere una relazione romantica».

Sento queste frasi, o loro variazioni, quasi quotidianamente nel mio lavoro di psicologa clinica. Mi capita, a volte, di ripensare a quando dall’altra parte c’ero io, con gli stessi dubbi e le stesse domande. Ricordo la mia sensazione di essere diversa senza saper descrivere in cosa, la fatica nel reperire le informazioni, lo scherno che vedevo negli occhi delle persone quando cercavo di parlare di asessualità.


Sono passati più di dieci anni, da allora. Non posso dire che le cose non siano migliorate: si sente parlare più spesso di asessualità – anche se, va detto, non sempre bene –, nei Pride capita di scorgere bandiere asessuali, e addirittura nell’ultimo anno qualche saggio sull’asessualità è comparso timidamente nel panorama editoriale italiano. Soprattutto, esistono sempre più gruppi di attivismo e mutuo aiuto, come Rete Lettera A e Carro Di Buoi, che permettono alle persone asessuali di connettersi e fare rete tra loro. Eppure, non è abbastanza. Per le persone asessuali continua a essere molto difficile essere prese sul serio.

Gran parte dello sforzo di chi fa divulgazione sull’asessualità è concentrato sull’alfabetizzazione, sul fornire definizioni di base: l’asessualità è un orientamento sessuale caratterizzato dall’assenza di attrazione sessuale per qualsiasi genere; le persone asessuali possono avere o desiderare relazioni romantiche oppure no; possono avere o desiderare attività sessuali – in solitaria o con partner – oppure no; possono avere desiderio sessuale oppure no. Finché questi concetti non saranno assimilati a livello mainstream, sarà difficile portare la discussione a un livello più alto. Anzi spesso, una volta che le definizioni di base vengono spiegate, la reazione di chi è dall’altra parte è quella di pensare “e perché mai io, che non sono asessuale, dovrei interessarmi a questo argomento?”, oppure “ma perché c’è bisogno di nuove etichette per ogni cosa?”. Queste domande, la maggior parte delle volte, non sono poste nella speranza di ricevere una risposta, ma hanno lo scopo di delegittimare qualcosa che non si conosce né si ha voglia di conoscere. Ed è davvero un peccato, in primis per le persone asessuali, che continuano a subire pregiudizi e discriminazioni, ma anche per chi non è asessuale, perché perde l’occasione di venire a contatto con una prospettiva nuova di vedere le relazioni e il sesso. O, per essere più specifica: perché continua a guardare il mondo con lenti allonormative.


“Allo- che?”, sarà la reazione istintiva di moltə di voi. Infatti, se non avete mai avuto contatti con la comunità asessuale, forse è la prima volta che sentite questo termine, nato proprio in seno a essa. Forse, però, avete familiarità con il termine “eteronormatività”: sapete che è un sistema di oppressione molto radicato, che si basa sul concepire l’eterosessualità come unico orientamento sessuale normale e desiderabile, punendo ogni deviazione dalla norma. L’eteronormatività è anche profondamente radicata nel nostro modo di pensare: ad esempio se io, una donna cisgender, vi dicessi di essere in una relazione romantica, voi probabilmente dareste per scontato che il mio partner sia un uomo cisgender, anche se magari non vi considerate persone omofobe e avete “tanti amici gay”. L’allonormatività funziona allo stesso modo: è un sistema (e un modo di pensare) basato sul concetto che provare attrazione sessuale sia la norma, che tuttə desiderino una qualche forma di attività sessuale nella propria vita, e che ci siano situazioni nelle quali non avere rapporti sessuali (ad esempio, in una relazione stabile e monogama) non sia normale. Come tutti i sistemi, anche questo è invisibile finché qualcunə non lo nomina, e a essere visibili sono solo le deviazioni da tale “norma” – in questo caso, le persone asessuali. Come dice Melanie Joy nel suo libro Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche, in riferimento al carnismo (l’avrete indovinato: è il sistema secondo cui la norma sia mangiare carne, e l’eccezione sia costituita dalle persone vegetariane e vegane): «Il modo principale attraverso cui le ideologie radicate rimangono tali è restando invisibili. Il modo principale con cui rimangono invisibili è l’anonimato».


Il mio intento principale, in questo libro, non era tanto quello di chiarire ancora una volta le definizioni di base (anche se dedico del tempo anche a questo, in modo tale che il testo sia accessibile a tuttə), ma di spiegare come l’allonormatività sia profondamente radicata nelle nostre vite, spingendola fuori da quell’invisibilità che la rende potente. Questo darebbe a tuttə noi nuovi strumenti per guardare alle relazioni – di ogni tipo – e alla sessualità, liberandoci da gabbie che forse non abbiamo nemmeno riconosciuto come tali. I temi che tocco nel volume sono tanti, proprio perché l’allonormatività è diffusa in modo capillare. Parlo del legame tra la comunità asessuale e quella LGBTQI+, e di come un’alleanza non solo sia possibile, ma necessaria. Analizzo come la concezione dell’asessualità in quanto “malattia” vada a braccetto con lo stereotipo che vede le persone con disabilità come asessuate, andando ad alimentare stereotipi negativi su entrambi i gruppi. Tocco poi un tema che, da psicologa, mi è molto caro, ovvero la stigmatizzazione a cui è stata sottoposta l’asessualità nella ricerca psicologica e sessuologica. Nel capitolo successivo allarghiamo lo sguardo sulla stigmatizzazione verso l’asessualità – ovvero l’afobia –, smontando il luogo comune secondo cui le persone asessuali non siano soggette a discriminazioni. In seguito, discuto di come la prospettiva asessuale possa essere integrata nel femminismo, in particolare per quanto riguarda le discussioni sul consenso. Chiudo “in bellezza” con quello che per me rappresenta un messaggio fondamentale, nel capitolo in cui immagino nuovi modi di vedere le relazioni e la sessualità, libere dalle catene dell’allonormatività.

Non importa che vi identifichiate come asessuali o meno: se avete mai pensato che il modello di relazioni romantiche, sessuali e famigliari con cui siamo cresciutə vada rivisto, questo libro è per voi.


Asessualità è un libro di Caterina Appia pubblicato da People, disponibile qui

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