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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

Asili, assorbenti e il femminismo "a suo modo" di Giorgia Meloni



Il fatto che Meloni sia “donna e madre” lo abbiamo sentito ripetere in varie lingue ed in molteplici occasioni – spesso mantra, a volte ossessione, ogni tanto meme. Ma a dimostrare che non basta essere donna e madre per supportare le donne e le famiglie ci pensano le politiche retrograde ed inadeguate del suo governo.


Nella legge di Bilancio presentata in bozza lo scorso 16 ottobre e che il Parlamento dovrà approvare entro la fine dell’anno, grande rilievo viene dato al concetto di famiglia, e in particolare al ruolo di donna-lavoratrice-madre-di-tanti-figli. «Vogliamo smontare il racconto per cui favorire la natalità è un disincentivo al lavoro delle donne» afferma Meloni. E anche «una donna che mette al mondo almeno due figli, in una realtà in cui abbiamo disperato bisogno di invertire i dati sulla demografia, ha già offerto un importante contributo alla società» (che sembra la versione moderna – o neofascista – della medaglia d’onore per le madri di famiglie numerose istituita nel 1939).

12 anni fa, nel libro Noi crediamo, Giorgia Meloni citava il valore della famiglia, il coraggio della maternità, la difesa della vita, la solidarietà sociale quali pilastri del suo modo di essere femminista. Da allora, le cose non sono cambiate.

E coerentemente con questa narrazione, le misure dell’esecutivo non sostengono le donne in quanto donne, ma solo in relazione al loro essere madri e italiane. Patria e famiglia, geografia e biologia. Uomini non pervenuti.


Il cosiddetto “pacchetto famiglia” della finanziaria viene annunciato con proclami di gratuità ed oltre 150 milioni di euro destinati ad incrementare il bonus per pagare le rette negli asili nido pubblici e paritari. In realtà il sussidio si riferisce ai nati a partire dal 1 gennaio 2024 nei soli nuclei famigliari con Isee inferiore a 40mila euro e solo qualora vi sia già presente un altro figlio di età inferiore ai 10 anni. Facendo un confronto, se oggi l’assegno vale 3mila euro all’anno fino a 25mila euro di Isee, 2.500 fino a 40mila e 1.500 oltre questa soglia, con la manovra potrà arrivare fino a 3.600 euro per le prime due fasce. Quindi no, gli asili nido non saranno gratis per tutti dal secondo figlio, come la premier aveva promesso in conferenza stampa.

E guardando alla più generale questione relativa all’inadeguatezza dei servizi di prima infanzia, quello dei costi è solo uno dei problemi. L’altro grande problema è che i posti negli asili nido non bastano: secondo gli ultimi dati Istat disponibili, in Italia ci sono in media 28 posti ogni 100 bambini nella fascia 0-2 anni (quindi siamo ancora lontani dal target del 33% raccomandato dal Consiglio europeo, poi innalzato al 45% dopo la pandemia) e la disparità territoriale, soprattutto fra Nord e Sud, è molto forte (in Calabria la media è del 14,6%, in Sicilia del 13%, in Campania del 11,7%). E se è vero che nel PNRR sono previsti 2,4 miliardi di euro destinati al potenziamento delle infrastrutture per la prima infanzia, con la creazione di oltre 264mila nuovi posti, è altrettanto vero che questa misura è finita fra quelle di cui il governo ha chiesto una rimodulazione poiché rischiava di non rispettare i tempi previsti (che si prospettano ancora molto lunghi).

Oltre agli asili nido, la manovra prende in considerazione le pensioni, prevedendo per il periodo 2024-2026 uno sgravio al 100%, senza limiti di reddito e fino comunque ad un massimo di 3.000 euro annui, relativo alla quota di contributi a carico della lavoratrice destinato alle madri di tre o più figli, con rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato (con l’esclusione del lavoro domestico) e fino ai 18 anni del figlio più piccolo.

Ma se si considera che in Italia solo circa 1 donna su 10 ha più di due figli e che, di queste, quasi il 60% non lavora (per scelta o per necessità), appare evidente che la platea di madri che potrà accedere a questa misura sia piuttosto esigua.

Fra gli interventi previsti a sostegno della famiglia rientra, poi, anche l’aggiunta di un secondo mese di congedo parentale, fruibile da parte di entrambi i genitori e retribuito al 60% (che suona ridicolo se confrontato con i 6 mesi all’80% di retribuzione concessi ad entrambi i genitori in Islanda, prima della classe per la parità di genere). Mentre viene eliminato il taglio sull’Iva sia per i prodotti per l’infanzia, che per assorbenti, tamponi e coppette mestruali (la cosiddetta tampon tax), che tornano fra gli articoli soggetti all’Iva al 10%.

Meloni sostiene che non valga la pena confermare la riduzione dell’aliquota poiché durante l’anno in corso tale taglio è stato “in gran parte assorbito da conseguenti aumenti di prezzi”, quindi i risparmi per i consumatori sono stati minimi. È la verità, ma una soluzione al problema, come sottolinea il Codacons, avrebbe potuto essere che il governo effettuasse dei controlli circa l’effettivo trasferimento del taglio nei listini al pubblico (e che magari lo estendesse ad una platea più vasta di prodotti in modo da avere benefici reali per le tasche di cittadine e cittadini), non che lo eliminasse tout court.

Riassumendo: prole e mestruazioni solo se hai i soldi. E lo Stato ti premia se decidi di mettere la tua fertilità ed il tuo corpo al servizio della crescita demografica procreando un numero di figli maggiore o uguale a 2.


Il problema della natalità in Italia – fra le più basse d’Europa, in costante diminuzione dal 2008 e scesa, secondo gli ultimi dati Istat, ad un nuovo minimo storico nel 2022 – esiste, ma si inserisce in un contesto sociale che presenta altri importanti fattori di criticità, che devono necessariamente essere considerati per avere un quadro organico della situazione: il basso livello di occupazione femminile (52,1% nel secondo trimestre del 2023, inferiore a quello di tutti gli altri Paesi dell’Unione europea e lontano oltre 18 punti percentuali dal tasso di occupazione maschile); l’incertezza economica e di prospettive di crescita, soprattutto per i giovani che spesso si vedono costretti ad emigrare o a rimanere più a lungo nella famiglia di origine; il precariato; i salari bassi ed il divario retributivo di genere; la carenza del servizio pubblico per l’infanzia e l’elevato costo di quello privato; l’ancora fortemente iniqua divisione dei compiti assistenziali e di cura all’interno delle famiglie; le condizioni sfavorevoli del mercato delle abitazioni; gli ostacoli all’integrazione delle persone straniere e provenienti da contesti migratori.

Quindi le politiche di intervento volte a favorire la natalità non possono prescindere da quelle per favorire l’occupazione femminile e giovanile, la riduzione degli squilibri di genere, l’integrazione, l’inclusione, il contrasto al lavoro povero, il miglioramento dei servizi pubblici offerti, il diritto alla casa. E, al di là dei proclami propagandistici da campagna elettorale permanente, non possono limitarsi a sussidi di qualche mese, ma devono prevedere strategie lungimiranti ed investimenti a lungo termine.

Per finire, cara Meloni, se non usi la tua posizione, la tua forza, la tua voce per cambiare gli equilibri del sistema, per ridurre le disuguaglianze, per rendere più facile la vita alle altre e favorirne l’ascesa, non sei femminista. Neanche a tuo modo.

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