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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Campeggiatori, camperisti e campanari


È finita che la vittoria in Sardegna non ha avuto il bis sperato in Abruzzo, dove l’unica cosa larga che si è vista non è stato il famoso Campo ma la vittoria della destra. Sono quindi ripartiti tutti i ragionamenti assoluti, ma in retromarcia rispetto a quanto si diceva solo 24 ore prima: la ricetta vincente si è trasformata una sòla, l’alleanza miracolosa è diventata maledetta.

 

Anche tenendosi al largo da questa schizofrenia, è pur sempre vero che nel poco meno di una decina di volte in cui Pd e M5S si sono presentati insieme alle regionali, hanno più perso che vinto (parecchio di più), e qualcosa vorrà pur dire, ma nessuno saprebbe dire cosa, di preciso, a quanto pare. La questione sta assumendo i contorni dell’inevitabilità, vale a dire che lo schema va inseguito fino alla morte, anche se poi, toh, si muore davvero: perché altrimenti, si dice, si muore lo stesso, però peggio. Bonaccini e De Luca avrebbero da ridire, su questa teoria, avendo vinto facendo diversamente, ma purtroppo pare che la formula non sia replicabile anche per via del fatto che entrambi sono al secondo mandato - quello campano in scadenza, peraltro - e FdI ha già bocciato per due volte l’ipotesi di concederne un terzo, per fare un dispetto agli avversari ma anche all’alleato Salvini, che infatti sta pensando di correre da solo in Veneto, anche senza Zaia.

 

Siccome però quella del Campo Largo si sta trasformando da strategia in fede assoluta, in quanto tale sfugge a ogni logica e quindi si continua a discuterne senza cambiare nessuno dei termini che fin qui l’hanno resa così difficoltosa, e soprattutto senza che a nessuno passi per la testa di passare dalla discussione sul cosa a quella sul come. Non l’hanno fatto nemmeno Prodi e Conte, quando si sono pubblicamente incontrati l’altro giorno, col primo che praticamente implorava il secondo di trovare un modo, ammettendo al tempo stesso di non avere idea su quale potrebbe essere. Prodi, cui pure le alchimie delle alleanze hanno rovinato la vita, sembra ignorare che è molto difficile, mettere d’accordo persone i cui scopi differiscono. Persino la prospettiva di governare, evidentemente, non è abbastanza attraente da convincere Calenda e il M5S: del resto, se passi tutto il tempo a demonizzare qualcuno, poi è difficile pretendere che gli elettori digeriscano la decisione di andarci insieme. Gli unici con lo stomaco sufficientemente robusto sarebbero quelli di Italia Viva, perché quando parla il loro leader la realtà stessa si resetta secondo il nuovo paradigma, e perché sanno che tutto fa parte del grande piano geniale del loro capo. Che però sembra averne altri, di piani. Per fortuna.

 

Comunque, per far sparire velocemente la sconfitta abruzzese dal dibattito, il centrosinistra ha adottato una strategia di crisis management che Chiara Ferragni lèvati proprio: combinare immediatamente un casino ancora più grosso, in grado di oscurare il precedente. Un po’ come quando gli americani invadevano l’Iraq per mettere a tacere qualche problema di politica interna. Non avendo un Saddam sotto mano, la scelta è ricaduta su un oculista lucano, tale Domenico Lacerenza, certamente un luminare nel suo campo ma non esattamente un animale politico. Il suo primo commento alla notizia della candidatura a presidente della Basilicata è stato “non ho fatto nulla”, intendendo “per propormi in quel ruolo”, ma detta così se ci pensate è fantastico: il caso forse inedito di un candidato che non dice cosa vuole fare, ma mette le mani avanti sottolineando che lui non c’entra. Stupendo.

 

Ancora meglio il processo di scelta, concordato fra Pd e M5S in sede nazionale: che, tradotto, vuol dire che va bene ai grillini, un po’ come quando il marito chiede alla moglie (o viceversa) cosa mangiare per cena mica per deciderlo insieme, ma per sapere cosa cucinare senza finire per farsi tirare i piatti dietro. All’interessato, il Campo Largo lo ha fatto sapere il giorno prima; alle rispettive articolazioni regionali dei due soggetti proponenti, il giorno dopo, e infatti si sono incazzati un bel po’, dimostrando che i lucani dopotutto sono meno propensi a farsi invadere degli iracheni. Ieri girava voce - poi smentita, ma chissà - che l’oculista, il quale giustamente ci vede lungo, stesse pensando di ritirarsi. Insomma, di lasciare campo libero a campeggiatori, camperisti e campanari (cit.) del Campo Largo. Che poi, il nome in grado a quanto sembra di mettere tutti d’accordo ci sarebbe pure, e sarebbe quello di Roberto Speranza. Il Campo Largo ci sperava, in Speranza, e si sa che chi visse sperando, eccetera, infatti lui non è disponibile. Nel caso, toccherà trovare un’altra soluzione: campa cavallo.

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