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  • Immagine del redattoreDavide Serafin

Cavalieri nella tempesta



Lui era là, nel mezzo della burrasca d’estate, illuminato solo dai fari di un autobus vuoto immerso in una improvvisa oscurità. I giornali riportano il suo nome: Alì.

Alì racconta di essere rimasto in sella alla bicicletta mentre a Genova infuriava la tempesta di fine agosto, a consegnare pizze per pochi euro l’ora, senza diritti, ma con la maggiorazione garantita in caso di pioggia e la spada di damocle del ranking, ossia la valutazione delle prestazioni eseguita dall’applicazione per cui lavora.

Alì sorride al fotografo. Alì, uno dei tanti ciclofattorini. Lavoratrici e lavoratori senza nome.

Sono così i nuovi rapporti di lavoro del capitalismo digitale: il datore di lavoro è trasformato in un algoritmo che assegna compiti e attività, sorveglia e punisce in un contesto rivestito della pura ipocrisia del “lavora quando vuoi”. I lavoratori sono ritenuti “autonomi”, pagati a cottimo e in competizione tra loro per spuntare qualche ordine in più.


Che fine hanno fatto i rider nel nostro paese?

Nessuna fine, si direbbe. Tutto è rimasto esattamente com’era, sette o otto anni fa, quando sono emerse le loro proteste dopo il primo sciopero a Torino. Eppure vi era stato un momento, nel rutilante divenire della politica italiana, in cui la battaglia per i diritti dei nuovi lavoratori, quali erano considerati i rider, rivestiva un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Ve lo ricordate l’allora ministro del Lavoro Di Maio in testa al tavolo aperto in via Vittorio Veneto 56, sede del ministero, in quel palazzo intitolato a Marco Biagi? Ve lo ricordate il governo “Conte 2” e quelle norme volute dalla ministra - sempre 5 stelle - Nunzia Catalfo, contenute nel decreto legislativo n. 101/2019, che dovevano mettere fuori legge il cosiddetto “contratto collettivo pirata” (CCNL Rider) firmato un anno dopo da Assodelivery e dal sindacato giallo messo in piedi in fretta e furia da UGL? E non doveva arrivare - da un momento all’altro - una Direttiva europea con lo scopo di garantire sacrosanti diritti a lavoratrici e lavoratori non solo del settore delivery, bensì di tutta la "gig economy"?


Mentre in Europa i governi dei 27 paesi membri trovano un accordo al ribasso sul testo della direttiva, avendo ridotto la portata del principio della presunzione del rapporto di lavoro subordinato, suo aspetto peculiare, al solo rispetto di tre semplici requisiti, facilmente aggirabili (ossia, la determinazione di un livello massimo di retribuzione, la presenza di regole specifiche sulla condotta nei confronti dei clienti, la presenza di limitazioni nell’organizzazione dell’orario di lavoro e nella possibilità di accettare o rifiutare incarichi), nel nostro paese la questione è pressoché scomparsa dai radar della politica. Che strano, eh? Dopo il prezioso contributo dato durante la fase pandemica - il lavoro del rider era considerato essenziale - dei fattorini eroi non è rimasta traccia. Tranne forse quando succedono incidenti mortali, oppure quando emerge tutto il loro spaventoso bisogno di lavorare anche mentre dal cielo sta cadendo la quantità di pioggia di un anno.


Dal mese di settembre si aprirà il trilogo tra Commissione, Consiglio e Parlamento europeo, sarà quella la sede in cui vedremo affermarsi l’uno o l’altro orientamento, ossia la tendenza ad attribuire diritti attraverso il riconoscimento della subordinazione e quella di lasciare tutto così com’è, nel limbo di rapporti di lavoro autonomo occasionale. Al di là di qualche sentenza giudiziaria che ha sanzionato giustamente il comportamento antisindacale di Deliveroo (la società non aveva rinnovato i contratti di quei ciclofattorini che avevano rifiutato il passaggio al CCNL Rider), non sembra esserci un clima positivo per il settore. Alcuni marchi hanno lasciato il nostro territorio (Ubereats, dapprima negando e poi accettando di pagare una sorta di liquidazione ai ciclofattorini “licenziati”), altri stanno riorganizzando il proprio modello introducendo quelle variabili che sono in grado di disinnescare il riconoscimento della subordinazione, prima fra tutte il “free login”, ossia la possibilità di lavorare in ogni momento in assenza di una organizzazione oraria stabilita dall’azienda (terzo criterio della citata proposta di Direttiva europea). Solo un’azienda sta realmente riconoscendo il rapporto di lavoro dipendente applicando un contratto collettivo (quello della Logistica). Ma probabilmente presto cambierà orientamento.


Il governo Meloni dal canto suo ha cancellato quel poco che finora era stato introdotto nel nostro ordinamento: con una norma specifica del Decreto Lavoro sono stati rimossi gli obblighi informativi sul funzionamento degli algoritmi nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori, introdotti dal Decreto Trasparenza, in attuazione della Direttiva UE 2019/1152 relativa a condizioni di lavoro trasparenti e prevedibili, e che rappresentavano un primo passo verso la trasparenza obbligatoria nel caso di utilizzo di sistemi ADM (automatic decision making).

Nel frattempo, Assodelivery (diventata membro di Confcommercio) ha avviato i colloqui con il sindacato confederale per il “rinnovo” del CCNL Rider in coda alle trattative per il CCNL del Terziario, della Distribuzione e dei Servizi, raccogliendo la disponibilità di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e UILTuCS. Le parti sembrano ancora lontane da un accordo, che dovrebbe tuttavia giungere nelle prossime settimane, ma non possiamo non notare la mancanza di informazioni e di chiarezza rispetto ai contenuti del tavolo aperto con Assodelivery. Perché i sindacati coinvolti non aprono il dibattito alle formazioni di rappresentanza spontanee nate tra il 2018 e il 2019? Perché non viene dedicata la necessaria attenzione ai risvolti che questo accordo potrebbe avere su tutto il settore delle piattaforme?

Sì, i rider sembrano essere di nuovo soli a pedalare nella tempesta.

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