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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Cercando un altro Egitto


Stanley Kubrick ha accarezzato a lungo l’idea di fare un film su Napoleone Bonaparte, ma una volta ha confessato di avervi rinunciato perché le fonti storiche erano molto contraddittorie, e avrebbe impiegato troppo tempo a studiarsele tutte. Ridley Scott, che invece il suo film sul petit caporal lo ha appena fatto uscire, ha dichiarato qualche giorno fa che non sa se davvero Napoleone avesse o non avesse cannoneggiato le piramidi, ma non gliene frega niente, e ha comunque inserito la scena perché era il modo più rapido per far evolvere la storia facendo capire al pubblico che l’Egitto era stato facilmente conquistato.


Pragmatismo narrativo a parte, quel che si sa di sicuro è che a Napoleone la campagna di Russia non andò liscia come quella in Egitto. Pur riuscendo ad arrivare a Mosca, impresa mai più ripetuta - spoiler - trovò la città deserta e, mentre le sue truppe si scatenavano nei saccheggi, scoppiò un incendio che la distrusse quasi completamente: quei testardi di cosacchi preferirono abbandonare la propria capitale e darle fuoco, piuttosto che arrendersi all’invasore. Napoleone fu costretto a ritirarsi, e da quel momento in poi le cose per lui iniziarono ad andare male. Questo è un buon precedente - ma anche i nazisti potrebbero illustrarne uno altrettanto valido - utile a spiegare cosa non va nel racconto che alcuni fanno del conflitto in Ucraina sin dal suo inizio. Non tutti (e ovviamente escludendo quelli più gasati sul fronte opposto, quelli per cui la colpa è sempre della Nato e così via), ma quelli a cui è scappata la frizione, che si sono fatti prendere dal sacro fuoco bellicista, quelli che nella Russia cercano un altro Egitto, quelli trasfigurati in berserker (ma dal sicuro dei loro appartamenti occidentali), quelli insomma per cui l’unico esito possibile non è tanto il destino degli ucraini, di cui interessa il giusto, ma è la caduta della Russia di Putin, senza se e senza ma.


Se infatti è corretto ricordare che c’è un aggredito e un aggressore - come detto, escludiamo dal ragionamento i lunatici da talk show -; se pure è giusto guardare a quel conflitto con preoccupazione, come primo - o forse ennesimo - passo di una evidente strategia russa mirata a destabilizzare l’Europa; e se è dopotutto ammissibile nel dibattito occidentale che all’aggredito si forniscano armi per difendersi (si può concordare o meno, ma l’argomento esiste); ebbene, quest’idea che ci è stata spacciata per ormai più di 600 giorni che Putin fosse o sia lì lì per cadere, e che il punto non fosse tanto e non solo quello di aiutare gli ucraini a liberarsi, ma quello di mirare al colpaccio e provocare un regime change in Russia dopo il quale tutti si sarebbero tenuti per mano cantando Bianco Natale e avrebbe preso il via un sincero percorso democratico, ecco: questa invece è un’allucinazione. Che sarebbe anche molto bella, e auspicabile, ma probabilmente a questo punto tutti abbiamo capito che non succederà, persino quelli che ce l’hanno raccontata per quasi due anni soffermandosi sulle immagini della mano tremolante di Putin (l’equivalente dell’“occhio della madre” nella Corazzata Potëmkin di fantozziana memoria), sui tavoloni lunghi lunghi, e sull’ipotesi che in realtà stesse mandando in giro dei sosia.


Siccome però queste non sono lezioni che si imparano al primo colpo, e nemmeno al decimo (Corea, Cuba, Vietnam, Iraq, Libia, Afghanistan… settant’anni di repliche tutte ugualmente di scarso successo), gli stessi di prima non hanno fatto una piega e hanno riadattato con nonchalance la stessa identica narrazione a fatti nuovi, in particolare al riaccendersi del conflitto israelo-palestinese. E adesso, con un carico ulteriore di cinismo che evidentemente si somma a ogni nuovo giro, arrivano a sostenere che Israele debba - anzi abbia il diritto di - andare avanti finché non avrà “trasformato Gaza in un parcheggio” (cit.), e guai a parlargli di vittime civili o di crisi umanitaria, non sentono ragioni, vedono solo la vittoria, se non oggi, domani, ma comunque imminente. Che poi, anche se così andassero le cose, che Israele sia un Paese con meno di 10 milioni di ebrei circondato da tipo un miliardo di musulmani, e che quindi non sia un caso se questa faccenda si trascina attraverso tempi assai remoti, se non proprio per via del fatto che non è esattamente di facile soluzione, questo a loro non interessa. Delenda Gaza: e poi? Poi niente, ma intanto procediamo. Del resto, ha funzionato così bene fin qui, cosa mai potrà andare storto?


E se tutto il ragionamento non fila, se non succede, se non funziona, la colpa ovviamente, è dei maledetti pacifisti, traditori, amici dei dittatori. Come se fosse la Rete del Disarmo, ad aver fatto affari con Putin fino a ieri, o coi Paesi produttori di petrolio prima di precedenti conflitti, o con la peggio feccia quando il profitto lo giustificava. O, al limite, degli attivisti per il clima: come se fossero gli ambientalisti, infidi pure loro, a voler insistere con trivellazioni e fonti fossili in Paesi che però, ma guarda un po’, non sono tanto stabili e nemmeno tanto democratici. Salvo che poi, a un certo punto, la realtà presenta il conto: e quindi da qualche giorno un po’ tutti iniziano a dire che in Ucraina forse sta arrivando il tempo di discutere la pace. E a Gaza, dopo aver accusato di ogni nefandezza chiunque, dalle Nazioni Unite in giù, persino gli amici più amici di Israele lavorano per il cessate il fuoco. Che scorno, però: così si incasina la favola, pensano quelli, va a rotoli l’intero ragionamento. Tocca aspettare un’altra guerra.


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