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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Chi sarebbero i possibili sostituti di Biden? Le non-primarie dem


E se Biden si ritirasse dalla corsa alla Casa Bianca, chi lo sostituirebbe? Da giorni si rincorrono le voci - anche da fonti autorevolissime - secondo cui i democratici USA starebbero prendendo in seria considerazione l'idea di sostituire Joe Biden con un altro candidato, in vista delle elezioni del prossimo novembre. Dopo la pessima performance nel dibattito presidenziale della scorsa settimana, infatti, la tenuta psicofisica dell'attuale presidente è diventata LA questione al centro del dibattito pubblico statunitense, con sempre più commentatori e figure pubbliche - di sempre maggior peso - che parlano apertamente della necessità di un candidato alternativo. Potremmo stare qui a dirvi che su queste pagine - come su quelle di pubblicazioni d'oltreoceano ben più illustri - della cosa si parla da tempo, e che si sarebbe potuto e dovuto affrontare ben prima il problema, ma ora importa poco.


Se davvero Biden dovesse fare un passo indietro - e nonostante tutto il condizionale è d'obbligo, perché POTUS non sembra affatto intenzionato a farlo, per il momento - la questione diventerebbe ovviamente con chi sostituirlo. I nomi sulla bocca di tutti in questi giorni sono in primis la vicepresidente Kamala Harris, il segretario ai trasporti Buttigieg, la governatrice del Michigan Whitmer e quello della California Newsom. Alcuni probabilmente non vi saranno del tutto nuovi, altri potreste considerarli, almeno per l'Italia, degli illustri sconosciuti. Ve li presentiamo brevemente, provando a fare delle non-primarie in vece di quelle che per molti motivi non ci sono state, se non di facciata.


KAMALA HARRIS

Già procuratrice distrettuale di San Francisco, attorney general (diciamo ministra della giustizia) della California e senatrice dello stesso Stato, l'avvocata 59enne di origine indogiamaicana è considerata la candidata naturale alla successione di Biden, proprio in virtù del suo ruolo di numero due alla Casa Bianca. L'attuale vicepresidente è anche il nome più noto dell'intero gruppo, ciò nonostante questo non la rende necessariamente la miglior candidata. Sin dall'inizio del suo mandato, infatti, è stata oggetto di molte critiche da parte della stampa liberal e di quella più radicale, dalla prima per lo scarsissimo protagonismo e una certa inconsistenza nel supportare il presidente, dalla seconda per le sue posizioni viste come troppo moderate, nonché per il suo passato da procuratrice accusata di essere troppo severa sulla cannabis e troppo poco contro i grandi capitali.

Certo, contro di lei i repubblicani non potrebbero più usare l'argomento dell'anzianità, e la possibilità di eleggere la prima presidente donna - e la prima donna nera - potrebbe essere un motivo di attrazione verso una fetta non indifferente dell'elettorato, senza contare che far fuori da una successione "naturale" la prima vicepresidente donna e nera della storia americana potrebbe far perdere ulteriori consensi ai dem presso la loro base, specie quella afrodiscendente. D'altro canto, però, a Trump basterebbe ricordare che nell'attuale amministrazione è Harris la titolare del dossier sull'immigrazione , per metterla in seria difficoltà. La crisi al confine col Messico è il punto di gran lunga più debole della presidenza Biden, e sulla carta la responsabilità è proprio di Kamala.

A quattro mesi dal voto, con i sondaggi che danno Trump in vantaggio su Biden nella maggior parte degli stati chiave, l'unico vero obiettivo dem è impedire che il palazzinaro del Queens torni alla Casa Bianca, e questo è il vero problema: se Biden è il presidente meno amato della storia dopo lo stesso Trump, Harris è ancora meno popolare di entrambi: solo il 37% degli americani ha una buona opinione di lei, e la fascia d'età che meno l'apprezza è quella tra i 18 e 30, quella GenZ che molti analisti considerano decisiva in vista del voto.


PETE BUTTIGIEG

Difficile che in Italia abbia fatto molto notizia l'operato dell'ex sindaco di South Bend, Indiana, come segretario ai Trasporti, ma forse qualcuno lo ricorderà come una delle "giovani speranze" (ha 42 anni, che di questi tempi lo rende di gran lunga il più giovane della carrellata che vi proponiamo) alle primarie democratiche del 2020. Buttigieg fu in quel frangente un solido quarto candidato dopo Biden, Sanders e Warren, e si ritirò per sostenere il primo. Ha dalla sua il fatto di essere una specie di versione aggiornata di Biden: viene dalla provincia, è un cattolico centrista capace di parlare all'altro schieramento, e a differenza del presidente è anche un veterano e un noto esponente (ma molto moderato) della comunità LGBTQ+. È considerato un oratore capace, particolarmente efficace nei dibattiti, tanto che è il preferito tra i dem per rappresentare l'amministrazione Biden quando c'è da battagliare con i repubblicani sul network ultraconservatore Fox News. Il suo punto debole è il famigerato deragliamento di East Palestine, un incidente ferroviario con dispersione di composti chimici molto nocivi nell'aria, nel suolo e nella rete fluviale che nel febbraio dello scorso anno ha provocato una vera catastrofe ambientale nello stato chiave dell'Ohio. L'intervento delle autorità governative è stato considerato dai più tardivo e insufficiente, così come la risposta da parte dell'amministrazione Biden, la cui responsabilità ricadeva proprio su Buttigieg. I (pochi) sondaggi su di lui lo danno in vantaggio su Harris e grossomodo allo stesso livello di Biden, in quanto a popolarità, ma una sua candidatura sarebbe comunque un'incognita.


GRETCHEN WHITMER

Quello della 53enne governatrice del Michigan è uno dei nomi più invocati dalla stampa USA in questi giorni. Al suo secondo mandato alla guida dello stato del Midwest, è nota al grande pubblico soprattutto per essere stata nel 2022 oggetto di uno sventato tentativo di rapimento da parte del gruppo paramilitare di estrema destra dei Wolverine Watchmen, e per la ridicola teoria di cospirazione secondo cui sarebbe segretamente la nipote di George Soros. Esponente dell'ala progressista ma apprezzata anche da quella moderata, da governatrice ha reso il Michigan uno degli stati più avanzati in fatto di diritti riproduttivi e LGBTQ+, oltre a essere da tempi non sospetti fautrice della legalizzazione della cannabis, del controllo delle armi, di un sistema sanitario universalistico e di politiche ambientali e migratorie abbastanza di sinistra, per gli Stati Uniti. Nel 2020 è stata scelta dai dem per la tradizione risposta ufficiale dell'opposizione al Discorso sullo stato dell'Unione dell'allora presidente Trump, con una performance più che buona, tanto che Biden l'ha voluta alla guida del proprio team elettorale. Il suo vero punto debole è la scarsa notorietà: nella classifica dei democratici più noti al grande pubblico è solo 50esima. Basterebbero quattro mesi per darle la statura nazionale di cui al momento difetta, soprattutto dovendo scontrarsi con uno degli uomini più famosi (famigerati) sul pianeta?


GAVIN NEWSOM

Il 56enne governatore della California, già sindaco di San Francisco, è uno dei volti più noti dei democratici USA, leader di uno degli stati più importanti dell'Unione, ed è da tempo considerato un possibile candidato alla presidenza. Già fondatore (con i soldi della famiglia Getty) del noto marchio vinicolo di lusso PlumpJack, ha sempre tenuto posizioni "mediane" nel partito democratico, il che non lo rende immediatamente collocabile né tra i moderati né tra i progressisti. È, con Kamala Harris, probabilmente il democratico più odiato dai repubblicani dopo Biden, che ne avversano le posizioni ultra-securitarie tenute durante la pandemia da Covid e l'altissima pressione fiscale della California, nonché le posizioni "estremamente woke". Per la verità, a ben guardare, Newsom ha spesso fatto rapidissima marcia indietro rispetto ai suoi proclami più progressisti, specie in termini di controllo ambientale, di diritti LGBTQ+ e di lotta alle fortissime disuguaglianze della California, che da anni ormai vive una gravissima crisi abitativa e un'aumento esponenziale di persone senza fissa dimora che hanno dato vita ad autentiche tendopoli a Los Angeles e nella parte meridionale del suo stato, attirando sul governatore critiche tanto da destra che da sinistra, il che è rispecchiato da una performance non proprio brillante in termini di popolarità tra i Californiani: solo il 44% dice di apprezzarne l'operato. Un dato che sul piano nazionale sembra persino peggiorare: nonostante Newsom abbia scelto coraggiosamente da molti mesi di assumere un ruolo più nazionale, presenziando in tv quanto Buttigieg e più di Harris, anche su di lui i sondaggi sono per ora pochi, ma tutti dicono che in una sfida contro Trump sarebbe quest'ultimo a prevalere, e con un margine un po' più ampio di quello che al momento lo separa da Biden.


L'unico dato che accomuna i quattro più probabili sostituti di Biden - nell'ipotesi che questi intenda ritirarsi dalla corsa - è insomma che ad oggi nessuno di loro sembra in grado di portare ai democratici un valore aggiunto rispetto al Presidente. D'altro canto, al momento sembra che nessuno di loro farebbe poi molto peggio, e questo non è poco: significa che Biden, nonostante quattro anni da presidente e otto da vice, oggi non è in grado di superare in gradimento delle figure molto meno in vista di lui. E si potrebbe dire che mentre Biden non sembra in grado di fare meglio di quanto stia offrendo agli elettori americani, ciascuno dei nomi qui sopra potrebbe, con una buona campagna, migliorare la propria popolarità. La candidata che presenta oggettivamente meno punti deboli è, però, proprio quella meno conosciuta e quasi tutta da costruire, cioè Whitmer. Senza contare che, di fronte a un ritiro di Biden, in molti potrebbero invocare l'applicazione del 25esimo emendamento, quello che permette l'immediata successione alla guida degli USA del vicepresidente in caso di morte o di incapacità di adempiere ai propri compiti da parte del presidente. Sarebbe a quel punto davvero difficile immaginare un altro nome sulla scheda elettorale di quello di Kamala Harris, cioè quella che al momento sembra la più debole tra le alternative a Biden.

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