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  • Immagine del redattoreJessi Kume

Confini chiusi, una via ordinaria al lavoro sfruttato



Fa poca notizia l’articolo sul Manifesto di Marco Omizzolo sul lavoro minorile, migrante e sfruttato nelle campagne dell’ Agro Pontino. Si tratta di migranti minori che non parlano l’italiano. Sono reclutati dal caporalato e portati nei campi a raccogliere la frutta e la verdura che troveremo in offerta sui banchi dei supermercati.


Ne parliamo poco perché siamo troppo impegnati a parlare di migrazioni in termini di invasione, troppo impegnati a dire che non devono entrare, troppo impegnati con la guerra alle ONG. Si sa poi che i media funzionano secondo la loro gerarchia della notizia e sia mai che si parli di lavoro sfruttato schiavizzato o di padroni che costruiscono i propri imperi sui corpi vulnerabili della manodopera razializzata e non solo.


Mentre siamo impegnati a inseguire le gesta eclatanti dell’esclusione e dei confini chiusi perdiamo di vista il suo oscuro complemento, pubblicamente nascosto o negato: il reclutamento su larga scala di migranti clandestini come manodopera legalmente vulnerabile, precaria e quindi trattabile.


Le inchieste sul bracciantato fanno emergere quello che è un processo politico e sociale attraverso cui le politiche migratorie portano all’inclusione dei migranti non come persone ma come forza lavoro.


E non è neanche tanto velato il concetto se si passa per gli uffici di Lollobrigida che dopo Cutro annuncia il decreto flussi dicendo che l’integrazione va costruita pensando all’offerta interna. Ovviamente per il ministro l'integrazione dei migranti coincide con il lavoro nei campi. E non serve essere membro del governo più a destra della storia della Repubblica per pensarla così. Anche durante la pandemia il governo Conte II, il Conte quello di sinistra, aveva previsto la sanatoria per i lavoratori braccianti che stanchi dello sfruttamento avevano dato via allo sciopero. La preoccupazione verteva ovviamente sulla verdura che marciva nei campi. I diritti marciti interessavano meno.


Tornando ai nostri cari confini chiusi scopriamo quindi che non sono poi tanto chiusi se si fuoriesce dal campo di battaglia della retorica. Il migrante viene in verità incluso ma solo in alcuni settori cioè quelli del lavoro in nero o comunque sfruttato. A lui viene invece negato l’accesso agli altri settori che guarda caso sono quelli dei diritti. La frontiera non si esaurisce nella semplice linea tracciata tra stati ma coinvolge molti altri attori, innumerevoli pratiche e economie, meglio se sommerse.


Così il confine di stato diventa un confine di classe che il migrante si porta cucito addosso. Quella che chiamiamo fortezza europa in questo senso non è una fortezza fissa che serve alla funzione di chiusura ma una fortezza aperta che importa forza lavoro flessibile e sfruttabile e che tiene le persone al loro posto. Subordinato.

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