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  • Immagine del redattoreJessi Kume

Cosa vogliono gli attivisti del clima



Scendono in piazza, manifestano, si fanno arrestare, imbrattano con vernice lavabile i portoni dei palazzi del potere, spendono tempo ed energia per organizzarsi e soprattutto per creare un’opposizione politica dal basso all’imbarazzante immobilità dei governi sulla crisi climatica. Si parla spesso di loro ma quasi mai di quello che chiedono.

Se dovessimo raccogliere le proposte avanzate da chi si batte per il clima dovremmo necessariamente fare delle premesse fondamentali. La prima di queste è la consapevolezza che la crisi climatica sia il risultato dell'attività umana, soprattutto dei paesi più sviluppati, ed è profondamente radicata in questioni economiche e sociali. Ne deriva che non possiamo risolvere questa crisi all’interno del sistema che l’ha creata. Infatti, uno di quegli slogan che spesso leggete sui cartelli colorati delle manifestazioni per il clima è: cambiamento di sistema, non cambiamento climatico. Non possiamo continuare a vivere con l'illusione di un'economia infinita in un pianeta dalle risorse finite, soprattutto quando si tratta dell'economia basata sui combustibili fossili. Poi c’è quella formula che diciamo spesso: giustizia climatica. Lo stesso sistema che ci sta portando verso un pianeta ostile per la “normale” continuazione delle nostre vite è lo stesso sistema che privilegia l’1% e discrimina e impoverisce la maggioranza. Infatti, fin dal 1992, nella prima "World Scientists' Warning to Humanity", 1700 scienziati, tra cui la maggioranza premi Nobel, ponevano l’accento oltre che sugli aspetti climatici anche sull’ uguaglianza di genere e la riduzione della povertà. Il che sottolinea quanto siano intrecciate le questioni ambientali e sociali. L’altra premessa inscindibile dalla altre è: persone sopra al profitto. Vogliamo volgere verso un'economia giusta- a livello globale e locale- che si basi su risorse rinnovabili e una giusta ripartizione delle risorse al posto di un’economia basata su sfruttamento dell'ambiente, del lavoro e infine dell’essere umano stesso. Per farla breve, chiediamo quel mondo più giusto che desideriamo e per il quale siamo disposte a spendere energie e tempo libero per rivendicarlo.

Partiamo però da un dato di fatto: chi ha governato per anni, e l’attuale governo in particolar modo, non ha fatto e non sta facendo abbastanza. Nonostante i primi progressi nella riduzione delle emissioni di carbonio, la maggior parte dei paesi, inclusa l'Italia, sta mancando gli obiettivi climatici stabiliti per legge. Sono passati più di trent’ anni dall'appello degli scienziati nel 1992, eppure abbiamo compiuto meno del minimo indispensabile. La situazione attuale è complessa, sarebbe inutile negarlo. Si può, però, riparare. È solo una questione di volontà politica. Il piccolo problema è che bisogna ripararla ora.

Forse chi non conosce i movimenti per il clima non sa che ci sono delle proposte concrete dietro le mobilitazioni. Le proposte dell’attivismo sono motivate e articolate e sono quasi sempre studiate e scritte con l’aiuto di persone dell’accademia o della scienza. Ora, visto che parliamo di più di trent’ anni di immobilità politica, di proposte ce ne sarebbero molte. Ci sono programmi interi come “Ritorno al Futuro” dei Fridays For Future che delineano un piano d’azione lungimirante e concreto; ci sono richieste più semplici e dirette come “Stop al Fossile” che se già venisse implementata solo questa saremmo a cavallo; ci sono addirittura progetti specifici e studiati da implementare nei quartieri come ad esempio le comunità energetiche rinnovabili e solidali, le quali non solo consentirebbero l'avviamento dell’indipendenza energetica del territorio ma permetterebbero di autoprodurre e auto consumare energia pulita ridistribuendola soprattutto alle fasce più deboli di quel quartiere.


Per cominciare, però, a trattare di ciò che chiediamo un punto di inizio potrebbero essere le richieste di Extinction Rebellion: Dire la verità e Agire subito! Sembrano richieste semplici, ma credeteci non sono scontate. Dire la verità non vuol dire creare allarmismo quanto consentire alla cittadinanza di riconoscere la minaccia climatica che incombe su di noi. Dire la verità vuol dire dichiarare l'emergenza climatica ed è il primo passo per assumersi la responsabilità di questa crisi e per passare al secondo punto: agire subito. Chiediamo di fermare la distruzione degli ecosistemi e della biodiversità, e di raggiungere un bilancio netto zero delle emissioni di gas serra entro il 2030. Siamo già testimoni di inondazioni, incendi, eventi meteorologici estremi, carenza di raccolti e sfollamenti di massa. È giunto il momento di smettere di negare e iniziare ad agire.

Quello che serve è una trasformazione radicale. E anche qui non si tratta di pretese nostre di gioventù quanto, della constatazione che la trasformazione è inevitabile. Possiamo scegliere se subirla noi a causa del rapido cambiamento climatico causato dall'attività umana o se trasformare l'economia in modo che tutti abbiano ciò di cui hanno bisogno per sopravvivere e vivere addirittura meglio.

Un altro aspetto che sempre ritorna è: sì, ma chi paga? È innegabile che tutto ciò richieda investimenti, ma è importante notare che ritardare ulteriormente l'azione avrà costi ancora più elevati. Intervenire a seguito di fenomeni meteorologici estremi, come l'alluvione in Emilia-Romagna, richiede fondi. Investire inizialmente per affrontare le cause alla radice porterà invece a un risparmio a lungo termine. Vediamo però che le azioni tardano, i fondi latitano, e il lungo termine non sappiamo nemmeno se esista più nel vocabolario della politica. Proprio per questo Ultima Generazione chiede l'istituzione di un fondo di riparazione per affrontare i danni sempre più frequenti degli eventi climatici estremi. Oltre il 90% dei comuni italiani è a rischio frane o alluvioni, ma meno del 9% dei danni è stato risarcito. La crisi climatica avanza, e dobbiamo considerare che abbiamo un governo inadeguato e assente, per cui perlomeno un fondo ci coprirebbe intanto le spalle. Poi avremmo pensato al principio di “chi rompe, paga”. Chi ci ha rotto il clima, potrebbe ora pagare la sua parte. La carbon tax è una richiesta tendenzialmente condivisa. Si legge dal programma dei Fridays, ad esempio, che la carbon tax andrebbe istituita per i settori più impattanti (energia, trasporti e zootecnia) in modo che non gravi sulle fasce deboli della popolazione e che distribuisca i suoi proventi riducendo altre tasse (per esempio sul lavoro) e investendo in ulteriori azioni di mitigazione alla crisi climatica (agevolando le famiglie sotto un certo reddito, o indirettamente incentivando il trasporto pubblico gratuito). Oltre la carbon tax sarebbe anche il caso di eliminare i sussidi pubblici alle fonti di energia fossile (che si aggirano sui 16,8 miliardi di euro annui per l’Italia!!). Insomma, anche i soldi si potrebbero trovare senza gravare sulle fasce basse o medie e, senza lasciare che la cittadinanza dopo un’alluvione o un incendio si ritrovi a dover perdere tutto e affrontare la perdita, anche economica, da sola.

Ci sarebbe inoltre anche il rebus dei diritti umani. Capiamo che i diritti umani sembrino ormai sdoganati ma anche noi godiamo di tali diritti che sono proprio in questo momento violati. Oggi i cambiamenti climatici rappresentano un’emergenza ambientale globale e minacciano il godimento dei diritti umani fondamentali quali il diritto alla vita, alla salute, all’alimentazione, all’acqua, all’alloggio, alla vita familiare, giusto per citarne alcuni. Come riporta Giudizio Universale, un conglomerato di associazioni e avvocati che hanno fatto causa allo Stato italiano per inazione climatica: “un’insufficiente azione climatica a livello globale, così come a livello nazionale, pur di fronte a prove scientifiche schiaccianti, ha già le carte in regola per essere la più grande violazione intergenerazionale dei diritti umani della storia.”


Per fare una sintesi: abbiamo fame di giustizia e vogliamo essere libere di vivere una vita sicura. E per questo tra le varie realtà che abitiamo vi abbiamo anche portato delle risposte.

Insomma, lasciate entrare nelle istituzioni le richieste e le proposte dei giovani e delle giovani, sia mai che ve la sistemiamo questa società che abbiamo ereditato per lasciare invece a nostra volta un’eredità migliore.

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