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  • Immagine del redattoreFrancesca Druetti

Dal mare al carcere



Demonizzati nel racconto mediatico del viaggio migratorio, perseguiti con leggi in continuo inasprimento negli ultimi venticinque anni, additati come aguzzini e colpevoli di morti e violenze, i cosiddetti “scafisti" sono soggetti con vicende anche molto diverse tra loro, spesso lontane da quello che raccontano le accuse e gli strascichi emotivi dei naufragi. "Dal mare al carcere" è il titolo del report pubblicato dal Circolo Arci Porco Rosso di Palermo e da Alarm Phone, in cui grazie a dati, storie, casi giudiziari, viene ricostruito il processo di criminalizzazione – meno noto di quello toccato alle navi Ong – a cui sono stati sottoposti. Ne abbiamo parlato con Richard Brude, del Circolo Arci Porco Rosso.


Partiamo proprio dal report “Dal mare al carcere”, in cui avete affrontato un tema in continua evoluzione, e cioè la criminalizzazione dei cosiddetti “scafisti".


È un report di tre anni fa. Per la precisione ci stiamo lavorando da tre anni ma è uscito nel 2021. L’abbiamo scritto insieme ad Alarm Phone e in collaborazione con Borderline Sicilia e Borderline-europe. Vuole essere un approfondimento più dettagliato possibile del fenomeno, frutto di un percorso che – per quanto riguarda il nostro Circolo – va avanti almeno dal 2016-2017, cioè dal momento in cui abbiamo iniziato a incontrare le persone appena uscite dal carcere, quando abbiamo aperto il nostro sportello. Il Circolo ha il grandissimo vantaggio di essere un ponte dalla piazza alle realtà sul territorio: si aprono le porte ed entrano tutti – uomini e donne, italiani, gambiani, marocchini, apolidi, di ogni classe sociale. Questo vuol dire che negli anni abbiamo approfondito tantissimi temi: lo sfruttamento lavorativo, il lavoro sessuale, la dipendenza dalle droghe, il mondo carcerario e quello dei cosiddetti “scafisti”. Noi cerchiamo di dire “capitani”, una parola che a volte ci è utile, a volte no, perché ci sono anche alcuni che dicono: “No, io non ho fatto il capitano”. Però è la parola che le persone usano, e per questo ci sembra giusto utilizzarla.

Il report è nato da un desiderio delle varie realtà – non solo italiane ma anche a livello transnazionale – di rimettere il focus sulla criminalizzazione della solidarietà e dell'emigrazione. In modo da portare l'attenzione anche su questo, oltre che, giustamente, sulle navi di soccorso. Carola Rackete, la Sea-Watch, Iuventa, Linea d’Ombra, Baobab… sono casi che conosciamo tutti. Noi abbiamo cercato di mostrare come esattamente la stessa legge sia stata utilizzata in modo massiccio anche contro persone non europee, cosa che ha ricevuto purtroppo pochissima attenzione a livello mediatico, nei discorsi a sinistra, nelle associazioni. Abbiamo imparato, portando avanti la nostra ricerca e – negli ultimi due anni – anche realizzando un progetto di sostegno legale, che quando parliamo con le realtà antirazziste c'è un po’ di conoscenza del fenomeno: magari qualcuno ha conosciuto un capitano, magari ha sentito parlare di qualche episodio, di ragazzi gambiani forzati a condurre le barche dalla Libia. Invece, se si parla con chiunque lavori in carcere, sa subito di cosa stiamo parlando. Subito. Perché tutti hanno conosciuto un egiziano, un turco, un russo, un ucraino che è stato arrestato per questo motivo. Sono le storie dei cosiddetti “scafisti forzati”, ma anche di chi, in qualsiasi modo, ha aiutato altre persone ad attraversare un confine. E nessuno riesce veramente a capire perché questo atto sia criminalizzato con così tanta intensità, perché qualcuno che ha aiutato le persone ad attraversare un confine, magari anche per soldi, si trovi in carcere per anni. Al punto che, come le persone stesse ci raccontano, sentono di essere dei prigionieri politici.


Da cosa nasce questa insistenza sulla criminalizzazione? È una prova di forza? Un tentativo di trovare dei capri espiatori? Un modo di dare l’idea di agire scegliendo bersagli semplici?


Un po’ tutto insieme. Dipende da quale approccio al problema si sceglie. Per fortuna ora ci sono più realtà che ci stanno lavorando, anche nel mondo accademico, attivisti dal basso e le persone stesse che sono state criminalizzate, che hanno sviluppato le loro analisi. Sicuramente in primis c'è un razzismo di base. Che diventa ancora più significativo quando parliamo di persone appena sbarcate in Italia: senza familiari, senza pressioni della società civile, diventa molto difficile. Il razzismo non è solamente nel fatto che la polizia cerca di individuare i colpevoli in modo molto razzializzato. C'è anche un razzismo che colpisce i processi, che è presente nel mondo giudiziario. Quando noi e altre realtà andiamo a fare il monitoraggio delle udienze, le aule sono vuote. Vuote. Non ci sono giornalisti, non ci sono familiari. Questo Paese ha un grande problema di razzismo di base, non c'è quell’attenzione che giustamente ci dovrebbe essere. Prendiamo il caso di Lamine, a Messina: è un ragazzo del Gambia arrivato tramite un soccorso di Medici Senza Frontiere alla fine 2021. È stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio ed è stato condannato a diversi anni di carcere. Non c’era nessuno in aula. Non c’era un giornalista, non c’erano familiari, non c’erano realtà associative. Anche le associazioni gambiane hanno difficoltà: ce ne saranno cinque in tutta Italia e, anche con tutta l’energia che le comunità ci mettono, non si può arrivare dappertutto. E quando non c’è una luce accesa su questi processi, chiaramente le garanzie si abbassano. Non dovrebbe succedere, ma succede.


È stato un processo, quello che ha portato alla legge attuale, che passa anche dal 3 ottobre 2013, data del naufragio di Lampedusa, e che è ancora in corso. Ci sono stati altri momenti chiave?


Per capire come si arriva alla criminalizzazione attuale, dobbiamo partire da quello che è successo nella magistratura siciliana alla fine degli anni Novanta. È un passaggio che viene studiato, anche se con ancora poca diffusione: gli strumenti specifici che erano stati impiegati contro la mafia (seguire i soldi, le indagini internazionali, il carcere duro, gli informatori…) sono stati utilizzati anche in altri campi. Avevano avuto successo contro la mafia e quindi sono stati allargati non solo dalla mafia all’immigrazione, ma anche dall’Italia al mondo. Se in un certo senso si dice, con un senso di vergogna, che la mafia è il principale export dalla Sicilia al mondo, il discorso vale anche per l’antimafia. Nel 2000 c’è stata la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, con le foto di Falcone e Borsellino dietro, in cui si è detto che sarebbe servita a contrastare il traffico di droga, armi e persone. Mettendoci anche il traffico di persone, la domanda è diventata: “Come possiamo contrastare l'immigrazione?”. E la risposta è stata: affrontiamo l'immigrazione come abbiamo affrontato la mafia.

Nell’estate del 2013 c'era già stato un percorso fino alla Cassazione, spinto da organi dell'antimafia, per tenere i presunti “scafisti” in carcere nonostante le prove a loro carico fossero molto deboli. Tanto che i giudici delle indagini preliminari, infatti, tendevano a scarcerare le persone. I ricorsi fino in Cassazione servivano a creare un argomento giuridico che mettesse le basi per processi contro cittadini terzi, in Paesi terzi, per reati commessi fuori dall'Italia. Come fai ad arrestare un cittadino egiziano in acque internazionali per un reato commesso in Libia? Sembra una cosa molto particolare, una nicchia giudiziaria. Ma la svolta è stata il 3 ottobre 2013, il giorno del naufragio di Lampedusa in cui sono morte 368 persone. È stato lo spunto mediatico perfetto per lanciare la persecuzione dei cosiddetti “scafisti”. E anche per lanciare operazioni come la Glauco, con risultati confusi, disastrosi. Ricordiamo l’estradizione di Mered, vittima di uno scambio di persona. Ed è anche lo stesso argomento legale che è utilizzato per criminalizzare le navi di soccorso: c'è una catena che va dalla partenza all'arrivo, e chi è coinvolto in questa catena può essere accusato di far parte di un’organizzazione criminale.

Il 3 ottobre 2013 è stato un punto di svolta, ma la stessa strumentalizzazione giuridica si ripete ogni volta che c'è un naufragio. Ad aprile 2015 c’è stata un’altra evoluzione nella criminalizzazione: l’esclusione degli arresti domiciliari, il blocco della possibilità di accedere allo status di profugo per chi è condannato per reati legati all’articolo 12 del Testo Unico sull’immigrazione, cioè al favoreggiamento dell’immigrazione. E l’abbiamo visto con Cutro, di nuovo. Così si arriva all'articolo 12 bis, a un inasprimento delle pene. Ma l'articolo 12 stesso, cioè la legge Turco-Napolitano, è stato introdotto un anno dopo due naufragi: uno dall'Albania, l'altro da Malta. L’idea era di introdurre il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per perseguire i vertici, per arrivare alle grandi organizzazioni. Però la modalità con cui farlo è sempre quella dell’antimafia anni Novanta: prendere i pesci piccoli e farli parlare. continua a leggere su Ossigeno - N. 13, disponibile in copia singola e abbonamento annuale sullo shop di People. Illustrazione di Benedetta C. Vialli.

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