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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Draghi vuole molta più Europa. E la sinistra?



Mario Draghi ha fatto un passo: doveva presentare un rapporto sulla competitività a una conferenza organizzata dalla presidenza del Consiglio europeo, ne ha approfittato per prendere a pallonate l’attuale assetto dell’Unione. Secondo lui, tre sono le necessità: un’economia europea di scala e non frammentata come quella corrente, azione unitaria su capitoli di interesse comune (ad esempio, energia e mercati dei capitali), approvvigionamento comune di risorse e materie prime. Qualcuno, con una discreta ragione, ha commentato che è curioso sentire dire che “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” da chi nel corso dei decenni ha avuto molta voce in capitolo proprio sull’assetto, specie economico, dell’Unione europea. E, ovviamente, da sinistra si potrebbe aggiungere che forse invece il focus andrebbe spostato sui diritti universali, sul welfare, sullo stato sociale, su una gestione più aperta e umana dell’immigrazione, su ambiziosi obiettivi di transizione ecologica, sulla difesa delle nostre traballanti democrazie.


Qualcuno ha salutato l’intervento, appunto, come un primo passo di Draghi verso una possibile candidatura alla prossima presidenza della Commissione (ne abbiamo parlato diffusamente, e con parecchio anticipo, sull'ultimo numero di Ossigeno), specialmente oggi che la figura di Ursula von der Leyen appare traballante, forse compromessa, e molto criticata, anche in seno ai “suoi” popolari, per le sbandate a destra. La stessa von der Leyen sarebbe stata scocciata, pare, dall'uscita che forse avrebbe voluto fare lei stessa. Altri - tra questi, si dice, Macron - si sono indispettiti per la scelta del momento, ritenuto poco opportuno, e per quella che al momento pare un’autocandidatura che forse non fa altro che confondere le acque e complicare una situazione già di suo non semplice. Orbàn ha lanciato la possibile leadership di Giorgia Meloni, forse come reazione o forse no, difficile dirlo, ma di certo pure la Premier italiana si starà chiedendo che fare - visto che verso von der Leyen si è sbilanciata e non poco - nel caso quel piano dovesse andare in fumo: di certo non le andrebbe particolarmente a genio, l’ipotesi di dover avere a che fare col suo predecessore promosso a un più alto incarico. Altri ancora, infine, hanno fatto notare che di Draghi si parla soprattutto sui giornali italiani, molto meno su quelli stranieri.


E la sinistra? Ah già, la sinistra. E chi lo sa. Non si capisce, non c’è, a poche settimane dal voto ancora non si presenta con un profilo, con una proposta propria minimamente riconoscibile. Chi è il leader della sinistra europea, al momento? Una volta c’era Jacques Delors, e poi? Qualcuno sarebbe in grado di dirlo, di indicare qualcuno o qualcuna? Macché. La massima ambizione dei socialisti, evidentemente, sembra essere quella di cercare di non andare troppo male, magari scongiurando che i Popolari cerchino a destra il pezzo che gli manca per fare una nuova maggioranza, e quindi con l'assetto attuale, business as usual. Che non abbia funzionato benissimo fin qui, evidentemente, non preoccupa. Gli altri, il resto della gauche comunitaria, per colpe proprie o altrui, nel dibattito non compaiono affatto. E quindi tocca parlare di Draghi: il quale, almeno lui, di certo chiede più Europa, non meno, e già questo è parecchio in controtendenza rispetto a chi più o meno esplicitamente vorrebbe demolirla, e a chi tace per paura della propria ombra. Nelle sue parole c’è un disegno, quello intanto di un mondo multipolare in cui l’Europa, se vuole essere uno di quei poli, deve levare molte importanti voci di competenza dei singoli Stati, per gestirle comunitariamente. Il che vuol dire attrezzarsi meglio nei confronti dell’avanzata cinese ma anche, ebbene sì, svincolarsi un po’ dalla dipendenza verso gli Stati Uniti, perché è del tutto evidente che un’Europa che si pone come attore unico lo deve fare per tutelare i propri interessi, più che quelli del suo storico alleato. Una roba che così chiaramente forse non arriva a dirla nemmeno la lista di Santoro, per dire, insomma non esattamente quisquilie e chiacchiere al vento.


E che apre un capitolo ulteriore, ovvero il problema che ora il Pd forse dovrebbe dire cosa ne pensa, visto che si tratta di un’evoluzione di quell'agenda Draghi che i democratici ci hanno lungamente decantato, ricordate? Complicato trovare il tempo, comprensibilmente, presi come sono dal rebus candidature e dai litigi con gli altri nemiciamici del Campo largo. Figuriamoci se resta del tempo per formulare una proposta propria. Ognuno ha le sue priorità, del resto.

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