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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

E questa la chiamate uguaglianza?



Il 24 ottobre 1975 in Islanda veniva organizzata una mobilitazione generale femminile per chiedere parità di diritti e di retribuzione: allora circa il 90% delle donne smise di lavorare, di occuparsi della casa e dei figli, paralizzando di fatto il Paese ed innescando un cambiamento e una presa di coscienza epocali in tema di gender equality. Oggi, 48 anni dopo, le donne e le persone non binarie islandesi tornano a scioperare per rimarcare l’importanza del loro apporto all’economia e alla società, per protestare contro le violenze di genere e le disparità salariali.


Già così sarebbe una notizia di grande rilievo. Lo è ancora di più se si considera che l’Islanda continua ad essere – anche nel 2023 e per il quattordicesimo anno di fila – la prima al mondo per la parità di genere, secondo il Global Gender Gap Report (per fare un confronto, l’Italia è 79esima su 146 Paesi, subito sotto a Etiopia, Georgia, Kenya ed Uganda).

Che dopo una prima norma sulla parità salariale risalente al 1961, dal 1 gennaio 2018 è il primo Paese al mondo a rendere obbligatoria, per imprese, istituzioni pubbliche e qualsiasi altro datore di lavoro con più di 25 dipendenti, la certificazione dell’uguaglianza di retribuzione (non solo di genere, ma anche etnica) a parità di mansioni lavorative.

Che in Islanda si registra attualmente la più alta partecipazione femminile alla forza lavoro (75,1%) ed il tasso di povertà più basso tra le donne sopra i 65 anni (1,7%) tra tutti i paesi dell’OCSE.

Che sono islandesi Vigdís Finnbogadóttir, la prima presidente della Repubblica donna eletta democraticamente al mondo, e Jóhanna Sigurðardóttir, la prima Premier al mondo dichiaratamente lesbica, e che oggi delle persone che partecipano alla vita politica del Paese circa la metà sono donne.

Che dal 2021, con l’obiettivo di promuovere una condivisione più equa delle responsabilità assistenziali, entrambi i genitori, indipendentemente dal genere, dallo stato civile o dal fatto che siano genitori biologici o adottivi del bambino, hanno diritto a 6 mesi di congedo parentale retribuito.


E nonostante l’Islanda sia considerata a ragione uno dei Paesi più progressisti al mondo in termini di uguaglianza di genere, oggi si sciopera per denunciare che in alcune professioni le donne guadagnano ancora il 21% in meno degli uomini (soprattutto nei settori dove si ha una prevalenza di lavoratrici femminili, come l’assistenza all’infanzia ed i servizi sanitari) e che più del 40% ha subito violenze sessuale o di genere.

E anche che le disparità, le violenze, gli abusi non riguardano soltanto le donne biologiche, ma tutte le persone che subiscono discriminazioni e differenze di trattamento a causa della propria identità di genere, solo perché non conforme agli schemi culturali e sociali imposti dal paradigma patriarcale: “Stiamo combattendo tutte contro lo stesso sistema – afferma Freyja Steingrímsdóttir, una delle organizzatrici della mobilitazione e direttrice delle comunicazioni del più grande sindacato dei lavoratori pubblici islandese – quindi abbiamo pensato di unire le forze”. Ed al loro fianco c’è anche la prima ministra Katrín Jakobsdóttir, che ha dichiarato la sua adesione allo sciopero ed ha invitato tutte le ministre del suo governo a fare altrettanto.


Lo slogan della manifestazione è: “Kallarðu þetta jafnrétti?” – E questa la chiamate uguaglianza?

La risposta è no, non può essere altrimenti. Perché con questo sciopero che ha il sapore della disobbedienza civile, le islandesi ci insegnano che riguardo ai diritti non bisogna accontentarsi mai.

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