• Paolo Cosseddu

Fare pace con sé stessi

Ieri il più importante quotidiano ha scritto che Calenda avrebbe chiesto al PD come condizione per allearsi “60 collegi uninominali sicuri”. Ora, tra Camera e Senato, i collegi uninominali in tutto sono 211, e le proiezioni del momento ne danno meno di 30 abbastanza sicuri al centrosinistra, e una sessantina potenzialmente contendibili, ma con mille se, ma e dipende in mezzo. Quindi non solo il Pd non ha 60 “collegi uninominali sicuri” da dare a Calenda, ma è possibile che l’intero centrosinistra non ci arrivi del tutto, a quella cifra. E se questo è il livello di accuratezza nella comprensione del notista politico dello storico quotidiano, figuriamoci cosa possiamo capirci noi comuni mortali, giusto?


Anche perché, ovviamente, la confusione fornisce a chiunque l’imperdibile occasione di dire tutto quello che gli passa per la testa: tanto, nessuno ci capisce niente. Succede così che l’altro ieri Matteo Renzi in un toccante passaggio di una sua intervista dica che purtroppo abbiamo una brutta legge elettorale, che sarebbe bello se prima o poi l’Italia si dotasse di una legge che permette di sapere chi ha vinto la sera stessa del voto. E chi l’ha fatta, questa brutta legge elettorale? Ma l’ha fatta Renzi, che domande. Tant’è che prende il nome di Legge Rosato o Rosatellum, dal nome di Ettore Rosato che l’ha ideata quando era nel Pd, e che ha poi seguito Renzi quando è nata Italia Viva. E badate, non è che il giornalista sentendo questa affermazione di Renzi, in cui l’unica parte vera è che si tratta sul serio di una legge molto brutta, corregge l’intervistato o comunque si preoccupa di scrivere come stanno le cose: no, prende atto e basta.

Tanto, l’andazzo è questo, si può dire la qualsiasi e nessuno ci farà caso: tornando a Calenda, da giorni il leader di Azione parla di candidato premier e si propone per il ruolo. Ma ecco una notizia, questa volta vera: la Legge Rosato di cui sopra non prevede il candidato premier. Anzi, è proprio costruita per consentire le coalizioni ma senza vincolare tra loro i soggetti che le compongono, che si presentano ognuno col loro programma e possono arrivare addirittura a farsi campagna gli uni contro gli altri, anche se alleati: i loro simboli stanno nello stesso riquadro destinato al proporzionale, ma prendono i voti separatamente gli uni dagli altri, e sono incolonnati sotto al nome del candidato al collegio uninominale, che è presente solo col suo nome e cognome, senza nessun simbolo o lista o partito a fianco. Potrebbe essere l’esponente di uno dei partiti presenti nel proporzionale, o anche no, potrebbe essere uno pescato da fuori che nulla a che fare. E con questo sistema, dopo la riforma, si elegge un terzo circa del totale. Ha senso? No, ma così è.


E, se così è, che bisogno c’è di ammazzarsi di discussioni su chi va con chi? Letta, gliene va dato atto, tre giorni fa ha provato a spiegarlo durante la Direzione Nazionale del Pd. Ma il messaggio fatica a passare, e infiamma i militanti e gli elettori che cercano di seguire la partita: «non si può accettare che ci siano Brunetta e la Gelmini!», tuonano. E hanno molte ragioni, intendiamoci, è veramente complicato digerire il fatto di trovarsi nella stessa coalizione con due che, da ministri, sono stati tra i più limpidi interpreti del berlusconismo. Purtroppo, però, l’altro effetto causato da questa “brutta legge” (cit.), è che senza le coalizioni di cui sopra, per quanto posticce, quelle in cui ognuno può dire tutto e il contrario di tutto, se insomma ognuno va per i fatti suoi, i collegi uninominali in cui non si elegge sulla base delle percentuali ma vince chi ha anche un solo voto in più si perdono, tutti. Si regala insomma un bonus di duecento eletti al centrodestra, molti dei quali probabilmente persino peggiori di Brunetta, che magari entrerà lo stesso grazie al proporzionale.


E allora? Servirebbe un principio di realtà, da parte di tutti: se il problema è che Calenda vuole le centrali nucleari quando invece noi pensiamo che sarebbe meglio di no, bisogna cercare di raccogliere più voti di Calenda, e al tempo stesso evitare di ritrovarsi ad esser governati da qualcuno di peggiore che non solo vuole le centrali, ma vuole anche vietare l’aborto, uscire dall’Europa, far fallire il Paese, dar la caccia ai migranti, rinnegare la Resistenza e così via.


Certo, non è esattamente quel tipo di proposta politica edificante che sognavamo, e di certo non è quella di cui avremmo bisogno. Servirebbe ben altro, francamente. Ma diciamoci la verità, non è che il dibattito a sinistra sia stato d’aiuto, in questi anni, a partire proprio dalla famosa base. Dà fastidio farlo presente, però quando sui social si leggono quelle strisciate di commenti unanimi nel chiedere l’unità, basta grattare un pochino per scoprire che ognuno ha in mente un’unità un pochino diversa da quella degli altri, e quindi c’è quello che vorrebbe andare con Conte e c’è quello che non lo vuole vedere nemmeno dipinto, c’è chi dice che non si può non parlare col Pd e chi non sopporta nemmeno i propri simili delle altre formazioni di sinistra extraparlamentare. Una somma di idiosincrasie, e non tra dirigenti come qualcuno teorizza, ma proprio tra militanti e persino elettori, tutte motivate e legittime, per carità: solo che così non solo non si fa sintesi, ma ci tocca digerire ben di peggio. E siccome ogni volta questo peggio è un po’ più peggiore di quello dell’altra volta – perdonate il bisticcio di parole – forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo e di fare pace con noi stessi, intanto. Anche solo per prendere atto di una situazione che un po’ abbiamo causato, e un po’ ci è imposta dalla situazione, dalle regole (brutte, ripetiamo). Ma queste sono, tanto vale farsene una ragione. E poi si vedrà. Peccato solo che, purtroppo, le possibilità di far passare questo banale concetto sono molto, molto remote.