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  • Immagine del redattoreStefano Catone

I fucilati di Fondotoce, 79 anni fa



Da piazza Unità d'Italia a Trieste al binario 21 della stazione centrale di Milano, al lager di Bolzano, al confine tra Italia e Svizzera. I luoghi della Memoria che People ha toccato in questi cinque anni di libri, incontri e memoria attiva sono numerosi. Tra gli ultimi - solo in ordine di tempo - la Casa della Resistenza a Fondotoce, Verbania, dove siamo stati in occasione dell'ultimo 25 aprile.

Era il pomeriggio del 20 giugno del 1944, settantanove anni fa, quando quarantadue partigiani e una partigiana furono fucilati esattamente qui, a Fondotoce. Rastrellati da italiani e tedeschi nei giorni precedenti e torturati, vengono fatti salire e scendere ripetutamente da camion e fatti sfilare tra le vie cittadine. Sono quarantasei, qualcuno - non si sa chi - scatta delle fotografie, che entreranno a far parte dell'iconografia della Resistenza. Guidano il corteo tre persone. I due uomini ai lati reggono un cartello con scritto "Sono questi i liberatori d'Italia oppure sono i banditi?". Al centro c'è Cleonice Tomassetti, nata nel 1911 in provincia di Rieti, vive da una decina di anni a Milano e da meno di una settimana si è aggregata alle formazioni partigiane della Valgrande. Stringe le maniglie di una borsa tra le mani, ha una giacca sulle spalle. Tutti guardano in camera, lei per terra. Alla fucilazione arrivano in quarantatré. Vengono passati alle armi tre alla volta. Uno di loro, Carlo Suzzi, nato a Busto Arsizio nel 1926, incredibilmente riesce a sopravvivere. Tornato in azione con nome di battaglia "Quarantatré", racconterà così la fucilazione: Dodici tedeschi si schierano in piedi e altri dodici in ginocchio. Erano armati di fucili Mauser. Fecero alzare i primi tre partigiani e li discostarono dal plotone. Fra essi c'era la buona Cleonice. I tre si strinsero. Sentii gridare: "Facciamo vedere come sappiamo morire. Viva l'Italia". Poi una scarica ed i tre corpi caddero in direzioni diverse. Venne la volta degli altri tre. La scena si ripeteva, con ritmo allucinante. I tedeschi compivano l'operazione come se fossero ad un mattatoio, e i partigiani non avevano gesti di ribellione, preoccupati soltanto di morire con dignità. Tutto durò diversi minuti perché i tedeschi avevano cura di rimuovere i corpi dei fucilati dal luogo ove erano stati abbattuti scaraventandoli da una parte verso l'acqua.


Dei quarantadue morti ammazzati, quattordici non sono ancora stati riconosciuti.

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