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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Il caso Tarquinio: la verità è che si può dire tutto, tranne la parola “pace”



Sono parecchi giorni che sui media nostrani è entrato nel vivo il dibattito sulle elezioni europee del prossimo giugno. Elezioni quanto mai importanti, in un anno in cui ci troviamo con due conflitti di enorme portata in Ucraina e in Palestina, con il mezzo mondo che come noi va al voto, dagli USA all’India, con il cambiamento climatico che imperversa nel silenzio generale, con enormi tensioni commerciali tra occidente e Cina, con una certa aria di (estrema) destra che spira in particolare proprio nel nostro continente.

Giustissimo quindi parlare di un momento elettorale così cruciale, ma nella totale assenza di politica che contraddistingue il nostro tempo, questo purtroppo vuol dire parlare solo di candidature, e in particolare - dopo l’eterna domanda «Ma la Meloni si candida?» - delle liste del Pd.

Non avendo alcuna competenza in materia di alchimia, né essendo poi stato un gran collezionista di figurine nemmeno in gioventù, non intendo addentrarmi troppo nella bagarre sulla selezione della classe dirigente di un partito che peraltro non ho intenzione di votare, anche perché la fila dei commentatori sul tema è più lunga di quella per fare una risonanza magnetica col servizio pubblico.


C’è però un aspetto su cui è inevitabile dire qualcosa, cioè la possibile (no pun intended) candidatura di Marco Tarquinio nelle file dei democratici.

Non si può che rimanere esterrefatti davanti alla mole di polemiche suscitata dall’emergere di questo nome. L’ex direttore di Avvenire è infatti da giorni sottoposto al fuoco incrociato di editoriali, pezzi di approfondimento e interviste su molti dei principali quotidiani italiani che criticano ferocemente i vertici del Pd per aver anche solo pensato a un nome del genere.

Chi conosce la carriera di questo rispettato e pluripremiato giornalista italiano, persino nominato Commendatore della Repubblica da Mattarella nel 2015, non potrebbe che pensare che gli artefici di questi attacchi siano esponenti del variegato mondo che in Italia si batte per i diritti civili, in particolare quelli femminili e LGBTQ+. Sono, infatti, piuttosto note le posizioni non particolarmente avanzate di Tarquinio sul tema, e pur essendo stato il Pd anche il partito un tempo della Binetti e più recentemente di Casini - non esattamente due campioni del progressismo - è lecito dubitare che la più grande formazione del centrosinistra stia facendo la scelta giusta nel candidare un rappresentante delle più retrive posizioni del cattolicesimo su alcune battaglie fondamentali, specie visto che da un po’ di tempo a questa parte ci dicono sarebbe in atto una fantomatica svolta “di sinistra”.

Solo che non è affatto così. Tarquinio non è sulla graticola per aver dichiarato che «l’aborto non è un diritto, ma una tragedia», né per aver dedicato una pubblicazione di addirittura 200 pagine a quello che ha definito «il tentativo di assedio culturale della cosiddetta “gendercrazia”».


No, Tarquinio è incandidabile, ci dicono una bella sfilza di opinionisti ed esponenti politici da Giuliano Ferrara a Lia Quartapelle - passando per tutto quello che ci sta in mezzo - perché è pacifista.

Ferrara, addirittura, ne loda le posizioni «blandamente kirilliste […] sulle questioni oggetto delle guerre culturali e di valore più importanti, dall’aborto all’eutanasia al gender», quello che non tollera è «Il suo posto di banale follower dell’andazzo pacifista più convenzionale». Persino la deputata dem, nel criticare la paventata candidatura del giornalista, mette in prima istanza e in risalto la disparità di vedute sullo «sviluppo dell’industria europea della difesa», imputando a Tarquinio di sostenere una linea «contraria all’autodifesa dell’Ucraina», e solo dopo aver ribadito quali sono le cose importanti ricorda anche le sue posizioni sui diritti riproduttivi e sessuali.

Perché nell’era del “non si può più dire niente” la verità è che si può dire tutto, ma proprio tutto: si può invocare con passione la corsa al riarmo, entusiasmarsi di fronte alla morte e alla distruzione - quando è ai danni del nemico -, si può trovare ogni genere di sofismo arzigogolato per giustificare i massacri e gli assassinii - quando a farli sono gli amici -, si può invocare lo sparo alzo zero sui migranti, si può alzare le spallucce vedendo nostre connazionali messe ai ceppi dai dittatori modello, si può essere prima tra i più ansiosi a mostrarsi amici di Putin e poi far finta di averlo sempre avversato, si può togliere il sostegno a migliaia di persone in indigenza ma poi invocare condoni e sgravi fiscali, si può dire di voler sbattere in galera gli ambientalisti ma giù le mani dai raduni di fasci, si può manganellare gli studenti e fare i garantisti con le ministre in odore di truffa e sfruttamento, si possono sparare le corbellerie più assurde su aborto e diritti LGBTQ+, ma guai a chi si azzarda a dire che forse la guerra non è proprio una figata totale.

Eh no, a tutto c’è un limite.

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