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  • Immagine del redattoreJessi Kume

Il due di picche dell'Albania, l'ultimo di una lunga serie

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Dopo la Tunisia, è il turno dell’Albania. Che poi sarebbe dopo il blocco navale, gli scafisti del globo terracqueo, i 5.000 euro dei CPR, i trattenimenti illegittimi a Pozzallo e la Tunisia.

Gli accordi con la Tunisia di Saïed erano stati, secondo la premier, un punto di svolta, fino a quando Saïed ha rimandato indietro i soldi. Successivamente, ci siamo spostati in Albania, dove il protocollo di intesa tra Italia e Albania prevede la creazione di due centri di accoglienza e rimpatrio, finanziati dall’Italia e sotto la sua giurisdizione. Peccato però che i così detti paesi terzi non siano lì per soddisfare i tornaconti dei paesi dell’UE. E peccato per loro che in Albania ci sia una magistratura. Proprio come in Italia, la magistratura ha il compito di pronunciarsi sulla legittimità, non perché gli stiano antipatici i premier, ma perché evidentemente ci sono delle problematiche tecnico-giuridiche in merito. Infatti, il caso albanese solleva il problema che il protocollo con l'Italia porterebbe l'Albania a rinunciare alla sua sovranità e perché si ritiene che l’intesa violi la costituzione albanese e le convenzioni internazionali alle quali l’Albania aderisce.


Dal caso dei centri in Albania, oltre alla mania esclusionaria verso le persone migranti, si percepisce una sorta di tentativo di mettere la polvere sotto il tappeto e di lavarsene le mani, lasciando i compiti scomodi a paesi che per anni sono stati esclusi dalle dinamiche del nord globale. E questa la chiamano cooperazione basata su reciproco interesse. Penso sia chiaro a tutti che la propaganda anti-migranti abbia avuto un ruolo centrale nella comunicazione delle destre, tanto che molti esponenti ci hanno costruito una solida carriera politica su questo. Eppure, c’è una realtà fatta di convenzioni internazionali, diritti, normative, magistratura e, non da ultimo, costituzioni che mette in luce ciò che non si può fare. Lo abbiamo visto negli anni con le navi delle ONG e le flotte civili nel Mediterraneo che, troppo spesso, hanno affrontato processi causati da leggi nazionali o protagonismi di alcuni ex ministri dell’interno. Resta il fatto che a processo ha sempre vinto la parte del diritto.

Al momento, la Corte costituzionale albanese ha solo sospeso la ratifica del patto di intesa, e dovrà pronunciarsi in merito entro tre mesi. Attendiamo l’esito, ma soprattutto attendiamo di vedere cos’altro si inventeranno prima di percepire i flussi migratori come un fenomeno umano e sociale e prima di capire che i metodi che hanno utilizzato finora non funzionano.

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