top of page
  • Immagine del redattoreGiampaolo Coriani

Il governo del molibdeno



Un reel del prof. Alessandro Barbero, che la racconta molto meglio di me, ci illumina su un episodio tragicomico della stagione più buia e dolorosa del nostro recente passato, che sembra uscito dal repertorio cinematografico di Totò e Peppino o dalle vignette della serie Sturmtruppen del compianto Bonvi, con il suo inimitabile fiero alleaten Galeazzo Musolesi.

Siamo ad agosto 1939, la Germania nazista sta per scatenare la guerra (che diventerà mondiale) attaccando la Polonia, e vorrebbe sapere se l’Italia sarà al suo fianco.

Mussolini, ben conscio che l’Italia è impreparata, anche perché ha appena affrontato il conflitto civile spagnolo e soprattutto quello coloniale d’Etiopia, con annessi crimini di guerra, lo comunica a Hitler, dicendo si volentieri, ma al momento non possiamo perchè siamo a corto di materie prime e armamenti.

Hitler ha fretta e risponde, bene fateci sapere di cosa avete bisogno che ci pensiamo noi.

Panico.

Così Mussolini incarica il genero Ciano di riunire i fedelissimi a palazzo Venezia, nel caldo agostano, per stilare una lista, da mandare all’alleato tedesco, di beni e materie prime considerati indispensabili per la nostra entrata in guerra.

Lo scopo, dichiarato nella convocazione inviata da Ciano, è quello di avanzare una richiesta che non possa essere soddisfatta, così da evitare di entrare in guerra senza rompere l’alleanza.

I gerarchi si scatenano: 6 milioni di tonnellate di carbone, 2 milioni di tonnellate di acciaio, 7 milioni di tonnellate di petrolio, un milione di tonnellate di legno, e poi quantità spropositate di altri materiali quali rame, gomma, piombo, stagno, nichelio, tungsteno, zirconio, titanio e, appunto, molibdeno, che ha dato il nome alla lista perché la quantità richiesta rappresentava la produzione annuale mondiale.

Lo stesso Mussolini aumenta le quantità personalmente, aggiungendo poi, per essere sicuro, 600 pezzi di artiglieria contraerea.

“Senza la certezza di questi rifornimenti, ho il dovere di dirVi che i sacrifici ai quali io chiamerei il popolo italiano - sicuro di essere ubbidito - potrebbero essere vani e comprometterebbero con la mia anche la Vostra causa”.


Insomma, attenzione, noi ci siamo ma non vorremmo mica farvi perdere la guerra, e se non entriamo ora non è certo colpa nostra.

A questo punto i nazisti, che ricevono la missiva dall’ambasciatore Attolico, gli chiedono entro quanto tempo avrebbero dovuto mandare il materiale e questi, in assenza di istruzioni (forse si pensava che la richiesta fosse sufficiente), per essere sicuro, risponde “Subito!”.

Hitler in privato si infuria, con Mussolini e con l’inaffidabilità degli italiani, ma la sua risposta formale è conciliante, e intanto manda un piccolo quantitativo di quanto richiesto, perché ha fretta di incendiare il mondo, così all’inizio di settembre invade la Polonia.

Ora, a prescindere dall’aspetto ideologico, dall’autoritarismo, dalla violenza, dal razzismo, dal colonialismo, la cialtroneria e l’incapacità di quella classe dirigente sono due elementi ineludibili nella valutazione di quel che è successo poi, e dell’abisso e dell’orrore in cui hanno trascinato l’Italia.

E sono due caratteristiche che, come geni recessivi che riemergono, non a caso ritroviamo nel governo dei suoi simpatizzanti silenziosi e subliminali, nella maggioranza che nomina presidente del Senato uno che tiene in casa il busto di quello che ha firmato la lista, la maggioranza del molibdeno.


Governa come se fosse opposizione, fa il contrario di quel che diceva qualche mese prima in campagna elettorale (vedi MES), si autoassolve quotidianamente dalle conseguenze delle proprie decisioni, come l’aver ostacolato la presenza delle ONG nel Mediterraneo mentre esseri umani affogano, inanella dichiarazioni quotidiane e proposte di legge assurde, smentite un quarto d’ora dopo, sempre con quel retrogusto di cialtroneria incapace, anche se in questo caso abbiamo il cognato al posto del genero a stilare la lista degli insetti terroristi che insidiano la nostra identità culinaria, mentre altri stilano quella dei bambini da discriminare, perché figli di due papà o di madri carcerate, o degli studenti da umiliare.

Siamo ancora molto lontani dai crimini fascisti, per fortuna, e non ci arriveremo, perché siamo solidamente democratici, ma le macchiette che cercano di adattare propagandisticamente ai nostri tempi quell’ideologia di fondo e quelle modalità di governo ci sono già tutte.

Post recenti

Mostra tutti

Quello del liceo Amaldi non è un caso isolato, e non è nemmeno il primo: da quando questo Governo è in carica, col suo plauso manifesto, la scuola pubblica italiana è diventato un luogo in cui si ripr

bottom of page