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  • Franz Foti

Il “liberi tutti” sui social che piace agli odiatori



«Contrasto alla censura arbitraria dei social network e garanzia del rispetto della libera manifestazione del pensiero da parte delle grandi piattaforme di comunicazione.»

Nel vasto programma (cit.) con cui Fratelli d’Italia si è presentata (o presentato?) alle ultime elezioni, l’unica menzione che si fa del web e delle piattaforme social è in sostanza questa. E d’altro canto, tanto Meloni quanto l’alleato/rivale Salvini in campagna elettorale sono intervenuti più di una volta contro la censura che secondo loro sarebbe in atto sulle grandi piattaforme social. Posizioni che riecheggiano quelle dell’autoproclamato “assolutista della libertà di parola” Elon Musk, il neo-patron di Twitter per cui la destra italiana – e non solo – non nasconde la sua ammirazione, e che per ora, di significativo, ha prodotto soprattutto la riammissione di Trump e l’amnistia per tutti gli account sospesi dalla piattaforma prima del suo arrivo. Strano che quelli che sono i fautori della legge e dell’ordine in ogni ambito abbiano scelto invece di concentrare i loro sforzi libertari solo su tre argomenti: il fisco, le misure sanitarie in tempo di pandemia e i social network.

Ma davvero in Italia e in Europa c’è un problema di limitazione della libertà di espressione sulla rete? Davvero la scelta è tra libertà assoluta e censura? E davvero non c’è un’alternativa all’attuale situazione, in cui le piattaforme social sono entità private e privatamente gestite che non possono essere regolate se non da se stesse, pena la burocratizzazione e l’inefficacia statalista? O non si tratta, piuttosto, di un dibattito strumentale il cui vero fine è forse quello di liberare l’hate speech – spesso proveniente da quell’ultradestra non così lontana dall’attuale maggioranza – dai pochi e inefficaci limiti attuali?

Ne abbiamo parlato con uno dei massimi esperti di digitale nel nostro Paese, nonché inventore dello Spid (Sistema Pubblico di Identità Digitale): Stefano Quintarelli, informatico, imprenditore, docente universitario, deputato di Scelta Civica nella legislatura 2013-2018 e presidente del Comitato di Indirizzo dell’AgID (Agenda Italiana Digitale) dal 2014 al 2021.


Nel corso della campagna elettorale si è fatto un gran parlare della libertà di parola sulla rete, con la destra – Salvini e Meloni in prima persona – che ha lasciato intendere come questa fosse messa in crisi dalle piattaforme social. Dal suo punto di vista, qual è oggi il grado di libertà che ha un utente medio sui social? Esiste davvero un problema di libertà di espressione?


«I social network sono servizi che ci vengono forniti dai privati, ma che d’altro canto hanno una rilevanza pubblica. Gli antichi Romani avevano istituito una legge che obbligava le locande che venivano aperte lungo le vie dell’impero a non discriminare i viandanti in base all’etnia, al cavallo che possedevano e cose di questo tipo. Perché erano sì dei privati, ma svolgevano un servizio nell’interesse della collettività, su un’infrastruttura che era un bene comune. Nella legislazione statunitense questo principio si ritrova nel common carriage, la legge che prevede che chi lavora nei trasporti non possa discriminare i passeggeri, perché si tratta di un servizio pubblico. Secondo me i social dovrebbero essere identificati come servizio pubblico – e sottostare quindi a tutte le leggi e le regole che ne derivano – ma di fatto ad oggi ancora non è così.


Detto questo, il fatto che non lo siano, e che quindi di fatto si autogestiscano, non mi sembra costituisca, ad oggi, un problema di libertà di espressione. Non mi pare di vedere grandi censure nei confronti di nessuno, fintanto che non vengono infrante le regole che le singole piattaforme si sono liberamente – e fin qui legittimamente – date. Anzi, mi sembra che la libertà di espressione, da quando esistono i social, sia enormemente aumentata. Prima io scrivevo quello che pensavo sul mio blog, che era seguito da un certo numero di persone, ma che costituivano comunque un ordine di grandezza inferiore rispetto a quelle che mi seguono ora sui social. Certo, esistono casi limite, in cui proprio per il tipo di accesso che i social forniscono, per l’importanza che questo assume, si pone un problema non tanto di libertà di espressione, quanto appunto – ancora una volta – di diversa regolamentazione. E di esercizio della stessa.


Un esempio? Indipendentemente dal merito della questione, secondo me non può essere Twitter a decidere se bandire Trump o meno, ma finché è un servizio privato, e non pubblico, legittimamente può farlo. Attenzione, però: quando si parla di servizio pubblico, vuol dire appunto che questo deve essere controllato da un’autorità di vigilanza. Per questo le piattaforme social “non amano” essere equiparate a un servizio pubblico, perché non vogliono trovarsi a dover sottostare a un ente regolatore. Situazione alla quale peraltro ci stiamo già avvicinando, perché con il Digital Service Act dell’Unione Europea si prevede che le piattaforme forniscano tutta una serie di dati a degli analisti terzi, e quindi quella è la direzione in cui si sta già andando».


I tentativi di controllo delle piattaforme da parte delle istituzioni, fino ad ora, non sono però stati particolarmente incoraggianti, in termini di efficacia.


«Quando noi digitalizziamo un’attività, questa aumenta di scala e velocità ben oltre i limiti umani. La mia calcolatrice è molto più veloce di me a fare una radice quadrata, per fare un esempio.

Il problema è il confronto tra una dimensione digitale, che si muove su scala enorme e a ritmi elevatissimi, e le nostre istituzioni, che sono analogiche e lente. Come trovare un equilibrio tra le due? In una prima fase, le istituzioni hanno abdicato al proprio ruolo, e hanno detto alle piattaforme di autoregolarsi tout court. Quando si è visto che questo non poteva funzionare, siamo entrati in una seconda fase in cui le istituzioni hanno deciso di occuparsi, in parte, delle regole, ma lasciando comunque che fossero le piattaforme ad applicarle. La Commissione europea ha osservato come hanno operato i singoli Stati nelle prime due fasi, e ne ha tratto delle conclusioni che, come si diceva prima, stanno aprendo una terza fase.


La mia proposta ha l’obiettivo di riportare anche il policing nell’alveo delle istituzioni. Faccio un esempio: qualche tempo fa mi è capitato di fare un tweet con due spezzoni da dieci secondi, ciascuno tratto da Tg della Rai, perché mi interessava evidenziare quanto vi si diceva. Si tratta di una cosa che è chiaramente mio diritto fare – il copyright non vale per frammenti così brevi, e poi c’è il diritto di citazione e quello di critica – però Twitter mi ha bloccato in automatico il video semplicemente perché c’era il logo della Rai. Questo perché quella piattaforma, non diversamente dalle altre, gestisce le opere di “polizia” dei contenuti tramite algoritmi che strutturalmente non possono rilevare le eccezioni che dipendono in parte dal contesto. Il punto, però, è che secondo me non dovrebbe essere Twitter ha occuparsene. Dovrei essere io ad assumermi la responsabilità di ciò che posto, e di fronte al sospetto di un atto non dovuto dovrebbe partire una segnalazione all’autorità preposta, che dovrebbe occuparsi di esaminare il contenuto in questione».


Questo funzionerebbe sicuramente per le questioni relative alla violazione del copyright, ma per quanto riguarda la gestione di contenuti come ciò che viene etichettato genericamente come “fake news”? E per quanto riguarda i messaggi d’odio?


«C’è da fare una distinzione tra le due cose, che sono molto diverse. Mentire non è reato – fatto salvo per la finanza, dove esiste il reato di “aggiotaggio informativo”. Se, per fare un esempio, io le dico che qui da me è una brutta giornata mentre invece c’è il sole, e questo la porta a compiere delle azioni che le procurano un danno, è il danno a essere sanzionato, non la menzogna. Quindi in questo caso il problema non è della piattaforma, è del legislatore, che deve decidere come comportarsi rispetto alle menzogne online. Esistono contenuti che sono palesemente falsi – ad esempio le scie chimiche, o i Protocolli dei savi di Sion – e possono essere determinati da un pool indipendente di esperti e filtrati “automaticamente”. Ma è una china un po’ pericolosa. Faccio un altro esempio apparentemente banale e un po’ iperbolico. La persona che scrive «Solo Dio salva» come la trattiamo? È una menzogna, un’opinione? Chi lo decide?».

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