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  • Immagine del redattoreFrancesca Druetti

Il metro della magrezza



È uscito Il peso in avanti di Lara Lago per People e mi è subito tornata in mente questa cosa che ho scritto ormai diversi anni fa, e penso che un libro così avrei voluto leggerlo allora, e anche prima, perché la storia di Lara, raccontata come la racconta lei, è proprio quello che ci vuole. Ora che il libro c'è, non perdetelo.

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Stamattina, prima di uscire di casa, scorrendo Facebook (io ho un problema, ma con voi che scrivete di notte, tra il momento in cui finisco di scorrerlo prima di dormire e quello in cui lo scorro appena sveglia, sono in buona compagnia) mi sono imbattuta in un articolo di Brittany Gibbons.

“Sì, sono ingrassata”, si intitola. “Sono ingrassata, e non mi sento bene, o male, o metà e metà al riguardo. Mi sento normale. Mi è stato fatto notare alcune volte, sia di persona, sia online, perché è una cosa che la gente fa, per qualche ragione”.

Way to go, girl, ho pensato immediatamente. Poi, però, anche se il suo articolo è intelligente, ben scritto, cioccolata calda per l’animo, mi ha preso la tristezza. Mi sono messa davanti allo specchio per vestirmi e ci ho pensato. Quante volte sono ingrassata, nella mia vita? Quante volte mi capiterà ancora? Come mi sono sentita al riguardo?

Sono stata una bimba nella media, paffuta come lo sono i bambini che crescono e poi improvvisamente più magra quanto acquistavo centimetri in altezza. Poi a un certo punto devo essere ingrassata. Le foto parlano chiaro. Non so quando sono diventata un’adolescente sovrappeso e niente affatto aggraziata (sì, ci sono adolescenti che lo sono, inutile prendersi in giro). Erano gli anni ‘90, ci vestivamo malissimo (molto peggio di come si vestono ragazze e ragazzi oggi, non facciamo i nostalgici che non è proprio il caso) e non avevamo internet: avevamo il Cioè ed eravamo tagliati fuori dal mondo.

Niente blogger di moda, nel bene e nel male.

Niente negozi online in cui acquistare vestiti che tanto non avevamo neanche idea esistessero in commercio: c’erano i vestiti della Onyx e se non ci entravi, o se per caso riuscivi a strizzartici dentro ma non ti stavano per niente bene, fatti tuoi.

Niente account Instragram di modelle plus size: c’era il reparto “taglie conformate” della FACIT e questa era tutta la sensibilizzazione sul tema che ci si poteva aspettare.

Niente hashtag, niente campagne, niente post virali: senza nemmeno una connessione internet a cui chiedere, era una cosa da iniziati sapere cosa dicessero esattamente i testi delle Spice Girls, figurarsi tutto il resto.

Nei miei vent’anni, non sono mai stata magra, neanche un minuto. Ci sono stati momenti in cui ero dimagrita, ma vi assicuro che non è la stessa cosa. Mi vestivo un po’ meglio, fortunatamente, e me ne fottevo un po’ di più, ma se dovessi dire che era una cosa che non mi creava problemi, mentirei. In un momento in cui l’estetica è percepita come una cosa davvero importante - perché a vent’anni si è stupidi davvero, ok, ma non solo - io, come tante altre ragazze, in quel campo arrancavo.

Poi, intorno ai miei trent’anni, sono dimagrita davvero. Ho chiuso una lunga, estenuante relazione, la cui fine si è sovrapposta con un problema di salute - niente come una bella malattia per perdere un po’ di peso. A quel punto ero magra? Questa è un’ottima domanda. Alla quale, vi stupirà saperlo, molte ragazze e donne non sanno rispondere con sicurezza. Lo specchio, la bilancia, le taglie dei vestiti e il cervello non sempre dicono la stessa cosa. La percezione distorta della propria immagine corporea, la dismorfofobia tipica di chi sviluppa un disturbo alimentare, si manifesta in forme non patologiche in molte persone - o in molte fasi della vita delle persone.


In ogni caso, ero dimagrita, ero single, stavo di nuovo bene fisicamente. Avevo ripreso a viaggiare, da sola (amo viaggiare da sola) e con gli amici, a incontrare gente, senza tutte le ansie degli anni precedenti. Cosa ne pensavo del mio peso? Ero intrappolata tra due tensioni in qualche modo opposte ed entrambe sgradevoli. Mentre mi piaceva l'effetto che la versione più magra del mio corpo aveva sulla gente e, più banalmente, il modo in cui vestirsi era diventato più semplice e soddisfacente, stavo sviluppando uno strisciante senso di colpa. Come si conciliava quella mia soddisfazione con l'idea che bisogna amare il proprio corpo e la propria immagine, in qualsiasi forma si presenti? Dopo aver passato anni ad argomentare che i corpi non sono oggetti estetici che devono rispettare degli standard per essere accettabili, ecco che sorridevo allo specchio come se avessi appena passato un qualche esame. Quell'esame, per l'esattezza. Aveva il sapore del tradimento della causa. Era un'assurdità, ovviamente, ma che andava a braccetto, si alimentava e in qualche modo serviva a nobilitare, coprendola come una coperta corta, un'altra preoccupazione, quella sì fondata sulla realtà e molto meno idealista. Cioè la costante, claustrofobica paura di ingrassare di nuovo. Avevo già perso peso, ero già tornata a riprenderlo. Oltretutto, non stavo diventando più giovane, né, in tutta franchezza, più dinamica. Soddisfazione e preoccupazione erano più che due facce della stessa medaglia, erano praticamente la stessa cosa. E la loro risultante era quel senso di colpa. Per la maggior parte del tempo, fortunatamente, non ci pensavo. Quando lo facevo, razionalizzavo. Razionalizzo anche ora. Probabilmente ingrasserò e dimagrirò ancora, come mi è già successo. Anche se il mio peso dovesse restare costante, non sarò comunque mai magra. E questo non ha importanza, come non l'aveva quando mi avevano convinto che l'avesse.


Quando misuriamo i nostri corpi con il metro della magrezza, compiamo un'operazione priva di senso. Quando ancoriamo la misura della nostra felicità a quella della nostra magrezza, commettiamo un peccato capitale. Eppure lo facciamo. La cosa più efficace che io abbia mai letto sulla percezione del proprio corpo, la perdita di peso e la salute mentale è un pezzo di Elna Baker in cui l’autrice a un certo punto scrive:

"Recentemente un'amica mi ha fatto notare che molto spesso, quando riguardiamo vecchie foto, i momenti che definiamo i più felici della nostra vita sono quelli in cui siamo più magri. E ha ragione. L'estate che io considero l'accidenti di momento più felice della mia vita in realtà faceva schifo. Stavo attraversando una terribile rottura sentimentale e avevo un sacco di ansia. Ma avevo un aspetto fantastico. Non ero felice; ero felice di essere magra - che ci fosse un momento che ora posso impugnare e mostrare al mondo e che dice, Io ero qui, ed ero bella. Per due secondi".

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