• Franz Foti

Il proibizionismo degli altri

La triste notizia della condanna a nove anni di reclusione per la celebre cestista statunitense Brittney Griner sta giustamente facendo il giro dei media di tutto l’occidente, Italia inclusa. È nei titoli d’apertura dei maggiori tg e sulle prime pagine dei principali quotidiani. La sportiva era stata arrestata in Russia nel febbraio scorso con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, perché in aeroporto le sono state trovate addosso diverse cartucce di olio di cannabis per le sigarette elettroniche. Nei media e nell’opinione pubblica è scattata una sacrosanta ondata di indignazione, non solo per l’evidente infondatezza delle accuse – perché mai una campionessa olimpionica dovrebbe voler spacciare olio di cannabis in Russia? –, ma anche per la durezza insensata della condanna e per la modica quantità in discussione, la Griner aveva con sé circa un grammo di sostanza attiva.


Pur condividendo totalmente il sentimento di indignazione di cui sopra e pur essendo perfettamente consapevole che dietro a questa vicenda c’è molto altro rispetto al noto proibizionismo di ferro della Russia di Putin, non posso non pensare, se mi è concesso, che avrei voluto vederne altrettanta, di indignazione, quando negli ultimi anni sono stati fatti fallire tutti i tentativi di dare al nostro paese una legislazione moderna sul tema proprio della cannabis.


Perché se Brittney Griner fosse stata una sconosciuta 31enne italiana fermata nel nostro paese con la stessa quantità di sostanza, sarebbe stata accusata, e quasi certamente condannata, per spaccio. Se anche le avessero riconosciuto l’attenuante della lieve entità, la sua pena sarebbe andata da un minimo di uno a un massimo di quattro anni, con decine di migliaia di euro di multa e la vita rovinata per sempre. Di lei non avremmo letto su nessun giornale, né avremmo visto la sua storia commentata con sdegno nei nostri tg.

Ricordiamocene, la prossima volta che ci verranno a dire che una legge sulla cannabis legale, o un referendum, non sono una priorità, e che “i problemi sono altri”.