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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

Il silenzio assordante di Giorgia Meloni

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Mi si nota di più se non dico niente o se dico qualcosa cercando di cambiare argomento? Il dilemma strategico di Fratelli d’Italia sulla posizione da assumere circa i fascistissimi saluti romani durante la commemorazione nostalgica di Acca Larentia sembra essere questo.

Se da una parte abbiamo il silenzio assordante della presidente del Consiglio Meloni, che, ricordiamolo, non aveva mancato di esprimersi nemmeno sulla famigerata pesca dell’Esselunga, dall’altra Ignazio Benito La Russa, seconda carica dello Stato, tenta la strada dell’elusione: dissociarsi senza dissociarsi, condannare senza condannare, rimestando le acque paludose di un passato buio mai effettivamente rinnegato.

 

Intervistato dal Corriere della Sera, il presidente del Senato afferma: “Concordo pienamente con Rampelli quando dice che FdI è totalmente estranea all’episodio dei saluti romani (…). Abbiamo sempre detto ai nostri di non partecipare a certe manifestazioni, che vengono inevitabilmente strumentalizzate da chi vuole attaccarci. Non si va a certe commemorazioni”. Quindi non sono fascisti, ma non partecipano a certe commemorazioni solo per non essere strumentalizzati dalle sinistre.

Ma se come partito si dichiarano estranei a questo tipo di manifestazioni e quindi, sempre come partito, non hanno nulla da cui dissociarsi, la domanda è: come si pongono a titolo personale? Rampelli, vicepresidente della Camera, era presente a titolo personale domenica davanti alla croce celtica di Acca Larentia? E la stessa Giorgia Meloni, abituale frequentatrice della commemorazione fino a poco prima di diventare premier? Non era forse lei che, insieme a Fabrizio Ghera e Federico Mollicone, entrambi tra i fondatori di Fratelli d’Italia, il 7 gennaio 2012 sostituì la targa commemorativa dove la precedente dicitura “vittime della violenza politica” mutò nella ben più ideologica “assassinati dall’odio comunista e dai servi dello Stato”? Ma poi esiste davvero, in politica, un confine fra i comportamenti e le convinzioni personali e quelli del partito che rappresenti e che ti rappresenta?

Proprio su questo distinguo fra pubblico e privato insiste La Russa, lanciandosi in speculazioni giuridiche che mirano all’autoassoluzione: “Non aiuta a risolvere la questione, e le polemiche che ogni volta si scatenano, il fatto che ci sia incertezza su come considerare certi gesti in caso di commemorazione di persone defunte”. E ancora: “Attendo con interesse la prevista riunione a sezione riunite della Cassazione proprio su questo punto. È possibile che si stabilisca che un saluto romano durante una commemorazione non sia apologia di fascismo, e quindi non sia reato, come molte sentenze stabiliscono. Servirebbe chiarezza, ce lo aspettiamo”.

Quindi, per esprimere un giudizio storico di condanna del fascismo occorre attendere le sentenze della magistratura e che la Cassazione si brighi a pronunciarsi, per favore, ché il presidente del Senato è ansioso di sapere in quali occasioni potrà liberamente fare il saluto romano senza che noialtri gli si dia del nostalgico.

 

C’è un passaggio (fra i tanti) nell’attualissimo libro di Civati Non siete fascisti ma che risulta particolarmente centrato sulla questione: “È facile vedere i saluti romani e i tatuaggi marziali, che non sono mai mancati, ma più difficile è chiamare col loro nome i mille ammiccamenti, le ambiguità, i giri di parole di chi raggiunge il potere e pretende di esercitarlo nei confronti degli altri. Quel potere che, invece, non deve né tollerare né incoraggiare certi modi, certi toni, certi contenuti, che sono fuori dalla Costituzione e, per definizione, antidemocratici”.

Ecco, è di questa tendenza a diluire le discussioni, a sfumarne i contorni fino a che non diventano qualcos’altro, a non prendere posizione, a cercare eterni nemici che giustifichino un’eterna necessità di combattere che bisogna essere preoccupati, soprattutto se arriva dalle istituzioni. È subdola proprio perché difficile da riconoscere.

Quindi indigniamoci per i saluti romani e le croci celtiche, ma facciamolo anche, e in misura maggiore, per i diritti negati e per quelli in pericolo, per le minoranze oppresse o disconosciute, per i “non si può più dire niente” di chi controlla tv e giornali, per i complottismi e i nemici invisibili, per i muri reali e metaforici, per la negazione della memoria che è peggio dell’oblio, per quel ritorno al passato che nega ogni futuro.

E chiamiamo tutto questo col suo nome: fascismo.

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