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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Il Terzo Polo, ovvero la favola dei due scorpioni



Che dire? Grazie, grazie di cuore. Dopo mesi passati a soffrire per i rigurgiti e le altre follie di questo governo, la lite fra Calenda e Renzi per le sorti del Terzo Polo era esattamente quel che ci serviva per risollevarci l’umore.

Questa storia è meglio del contenzioso giudiziario tra Johnny Depp e Amber Heard. È meglio dello scioglimento dei Litfiba. È tipo Succession, ma senza i miliardi, o come Yellowstone, ma con i somari al posto dei cavalli. L’idea stessa di un partito unico nato dalla fusione di Azione e Italia Viva è come Totò che cerca di vendere la Fontana di Trevi a se stesso. È come lo scorpione che vuole attraversare il fiume sulla schiena di un altro scorpione, come l’operatore di un call center che fa una telefonata indesiderata al collega della scrivania di fronte. Concentra in pochi giorni più cattiverie di quelle che Roger Waters e David Gilmour si sono detti in quarant’anni. È i Beatles con due Yoko Ono, è Morgan e Bugo che conducono la stessa edizione di Sanremo su due canali diversi. È come la prossima stagione di Stranger Things ma ancora più stranger, non possiamo aspettare, datecela ora, datecela tutta, vogliamo stare svegli tutta la notte per vederla, vogliamo sapere come va a finire, adesso, subito.


Certo, spiace per gli elettori moderati, ci speravano tanto, ma diciamoci la verità: non poteva funzionare, dai. Carlo Calenda è come il personaggio di quella canzone di Guccini che non a caso si intitola Quattro stracci, uno che quando è dentro vuol esser fuori, perso “a cercar per sempre quello che non c'è”. È uno che fa aggiungere il proprio logo a quello del Pd per farsi candidare alle europee e se ne va subito dopo, è lo stesso che fa l’accordo con Letta alle scorse politiche e se lo rimangia in poche ore. Matteo Renzi è lo stesso che per tattica può far nascere il Governo Conte Bis, con quei grillini che aveva sempre cannoneggiato, per poi farlo cadere quando il momento gli pare opportuno, lo stesso che a inizio legislatura non si fa problemi - parole di Calenda - a votare La Russa presidente del Senato.

Eppure, i segnali non mancavano: Calenda lo voleva fortissimamente, questo nuovo partito. E quando Calenda vuole fortissimamente qualcosa, è allora che si ha la matematica certezza che non andrà in porto. Renzi invece si era persino fatto da parte, e quando Renzi fa politica sono cavoli amari per tutti, ma è quando annuncia di non volerla fare più, che bisogna iniziare a preoccuparsi sul serio.


O forse il fatto è che, nel frattempo, l’operazione ha perso di senso. Insomma, con i neofascisti al governo, con una dialettica fra destra e sinistra che si radicalizza in tutto l’Occidente, come dire, tertium non datur. Davvero è così interessante scegliere come posizione quella di mettersi in mezzo nel corso di una specie di guerra civile non guerreggiata, dando ragione un po’ agli uni e un po’ agli altri sulla base di un non ben precisato buon senso? Da dove deriverebbe questo sapere, dai contenuti? Ma Calenda non sa niente, su nessun argomento, ogni volta che si esprime su qualche tema vagamente tecnico, a partire dall’energia, viene blastato dagli esperti di ogni colore e persino dai semplici passanti. Certo, dice le cose che dice con piglio, lì per lì sembra anche essere molto convincente, ma non resiste mai alla verifica dei fatti, se non per quel ceto medio riflessivo che vede in lui un faro di competenza: in cosa, non è dato sapere. Dove sia esattamente questo ceto medio riflessivo, nemmeno. E neppure Renzi sa niente, ma almeno non finge, si percepisce limpidamente che non gliene importa un tubo. A lui piace la politica come mezzo per fare altra politica, è così fin da quando era sindaco di Firenze. È un disruptor, un disgregatore, come Elon Musk, come i pionieri della Silicon Valley. Renzi non è uno che si chiede come si fa a far funzionare una legislatura, è uno che si chiede cosa succede se la si fa saltare. E intanto, impila la dinamite. È anche divertente, da vedere all’opera, almeno finché non arriva il botto. Intorno ai due, poi, specie a livello locale, c’è una classe dirigente che nei mesi pari sta in un partito e in quelli dispari va nell’altro per parlare male di quello in cui stava poco prima, e poi ricomincia daccapo andando avanti all’infinito. Non glieli puoi mica levare così, finirebbe lo spasso.


Calenda, così dicono le voci, avrebbe chiesto a Renzi di non fare più la Leopolda. Che ha anche senso, in effetti il format è un po’ frusto, ma del resto questo è il Paese in cui vanno in onda gli stessi programmi da trent’anni. Non si può fare, è come togliere il Natale a un bambino, come togliere Uomini e Donne agli spettatori dei palinsesti pomeridiani. Anche se è comprensibile, francamente, mettetevi nei panni di Calenda che in autunno vedrebbe nascere questa nuova creatura, questo Partito Unico, e un mese dopo un suo illustre esponente gli piazza una convention di tre giorni dove dice tutto quello che gli passa per la testa e che come se non bastasse drena a occhio e croce un paio di centinaia di migliaia di euro. Stessa cosa a proposito della supposta direzione del Riformista: non che ci sia davvero tutta ‘sta gente che la mattina esce di casa e va in edicola per comprarlo, intendiamoci. Ma è come tutto il resto, uno strumento, che serve a tirar bordate, a far girare il proprio punto di vista. Nemmeno Calenda lo leggerebbe, il Riformista, se fosse per lui. Ma con la direzione di Renzi, tutte le sere andrà a dormire con lo stesso pensiero: chissà cosa cavolo ha scritto sul numero di domani, quello lì. Una vita d’inferno.

A guardarla da sinistra, questa querelle, onestamente si gode, parecchio, anche se è brutto dirlo. Perché per una volta non siamo solo noi, quelli sempre divisi, incapaci di metterci d’accordo. Perché il Paese sghignazza di quel che accade fra due partitini, e noi con lui perché stavolta, alleluia, quei partitini non sono i nostri. Non perché le cose da questa parte del campo vadano poi così bene, francamente: ma almeno, l’attenzione è rivolta altrove, sia ringraziato il Cielo. Ci voleva proprio, una pausa, dopo anni e anni sotto i riflettori. Certo, non è una gran consolazione, e sappiamo già che non dura. Ma che ci volete fare? Sono tempi difficili, ci si consola come si può.

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