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  • Immagine del redattoreLaura Campiglio

Io capitano, il giusto premio al viaggio dell'eroe raccontato da Garrone



Quando gli hanno chiesto se Io Capitano fosse un film politico, Matteo Garrone - Leone d’argento per la miglior regia all’ottantesima mostra del cinema di Venezia - ha marcato una netta distinzione degli ambiti: “Non voglio entrare nell’ambito della politica - ha dichiarato a Best Movie - perché credo che quello delle migrazioni sia un tema molto complesso, che ha a che fare con enormi diseguaglianze economiche, e capire qual è il modo migliore per diminuirle non è facile. Credo, spero che questo sia un film accessibile alle giovani generazioni e agli studenti: nel cuore della narrazione c’è il viaggio dell’eroe, un’Odissea contemporanea”. Come dire: io faccio il regista, e per me parla il mio film.

Quando la giuria capitanata da Damien Chazelle gli ha consegnato il premio per la miglior regia, però, Garrone ha scelto di fare un gesto sorprendente, non dovuto e, questo sì, eminentemente politico: cedere il microfono, e con esso un palcoscenico di visibilità mondiale, a Mamadou Kouassi, un attivista originario della Costa d’Avorio arrivato in Italia lungo la rotta mediterranea, a bordo di un barcone, quindici anni fa. “Credo che lui più di me abbia diritto di parlare” ha detto, scansandosi, il regista.


Kouassi, che ha collaborato come consulente alla sceneggiatura di Io Capitano, è oggi attivista del Centro sociale ex Canapificio e del Movimento migranti e rifugiati di Caserta. E il suo discorso è stato cristallino: “Se Matteo me lo permette vorrei dedicare questo premio a tutte le persone che non sono riuscite ad arrivare a Lampedusa. E vorrei ricordare un’altra cosa: quando ci sono la volontà e la necessità di partire, nessuno ti può fermare. Occorre aprire per noi giovani l’accesso a un visto per poter viaggiare, questo è l’unico strumento per stroncare il traffico di esseri umani: serve un canale d’ingresso regolare, come ha detto il presidente Mattarella”. Riecheggiano, nelle parole risuonate in Sala Grande a Venezia, quelle che il Presidente della Repubblica ha pronunciato una settimana fa a Rimini: “È necessario rendersi conto che soltanto ingressi regolari, sostenibili ma in numero adeguatamente ampio, sono lo strumento per stroncare il crudele traffico di esseri umani”.

Ma questo non è l’unico passaggio che congiunge idealmente le parole di Mattarella al film di Garrone: “Dietro ai numeri e alle percentuali della migrazioni che spesso elenchiamo - aveva detto il Presidente - vi sono innumerevoli singole persone con la loro storia, i loro progetti, i loro sogni e il loro futuro, un futuro tante volte cancellato”.


Portare in scena quelle storie è esattamente quello che Matteo Garrone ha voluto fare in questo film, che racconta il viaggio di Seydou e Moussa, due ragazzini senegalesi cresciuti con gli occhi e gli schermi del telefono puntati all’Europa, una sorta di infinito paese dei balocchi (c’è, qui e non solo, una sonora eco di Pinocchio) che partono alla volta dell’Europa ignari delle difficoltà che incontreranno - la traversata del deserto, le carceri libiche, l’abbandono in alto mare - fino all’approdo in Italia. Un racconto archetipico - siamo nel pieno di quello che in narratologia è il viaggio dell’eroe, e del resto a Venezia l’autore ha rimarcato che “i migranti sono gli unici portatori di un’epica contemporanea” - in cui il regista ha voluto fare solo da tramite: “Ho messo la mia visione al servizio delle loro storie”, ha detto ritirando il premio.

La visione emerge potentissima, davvero Matteo Garrone in purezza, ma le storie sono quelle raccolte in presa diretta, con un meticoloso lavoro sul campo, tra interviste a migranti, soccorritori, volontari. La stessa vicenda del protagonista, lo strepitoso Seydou Sarr che ha vinto una meritatissima Coppa Mastroianni, il premio assegnato al miglior attore emergente, è la vera storia di un ragazzino all’epoca quindicenne (oggi uomo e padre di famiglia, in Belgio) a cui era stato messo in mano il timone di una barca male in arnese proprio perché, essendo minorenne, la sua posizione sarebbe stata meno grave. Qualcuno oggi direbbe che quel ragazzino è uno scafista da inseguire in tutto il globo terraqueo. Ma Io Capitano ribalta il punto di vista in quello che Garrone ha definito “una sorta di controcampo sul tema”, e fin dal titolo, orgogliosamente programmatico, risignifica il concetto di colui che si prende la responsabilità di tenere tra le mani quel timone, restituendo al protagonista la grandezza dell’eroe contemporaneo.


Dal 7 settembre il film è in sala, e merita il pubblico più ampio possibile: parlando di migranti lungo la rotta mediterranea ci ricordiamo tutti un altro sedicente capitano, quello che diceva di aver chiuso i porti (non era vero, naturalmente: impediva soltanto ad alcune navi di attraccare mettendo in scena ogni volta un ignobile teatrino sadico). È ora di riscrivere la storia, a cominciare da un nuovo Capitano.

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