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  • Franz Foti

Jacinda Ardern lascia, ma il suo modello resta



È notizia di qualche ora fa che Jacinda Ardern, premier neozelandese, non intende ricandidarsi alle elezioni previste nel suo paese a ottobre. Non solo, ha rassegnato in maniera irrevocabile le dimissioni da prima ministra, annunciando che il 7 di febbraio sarà il suo ultimo giorno alla guida del governo di Aoteroa.


Una decisione che ha sbalordito tanto i suoi concittadini quanto il resto del mondo.

Sono in parecchi a domandarsi il perché di questa scelta, dopo solo 5 anni e mezzo di governo, per una leader giovane - la Ardern ha solo 42 anni - e stimata a livello internazionale, che nonostante le difficoltà del suo governo è ancora in testa ai sondaggi di popolarità nel suo paese.


Ardern, come è suo stile, ha spiegato con grande schiettezza e semplicità le sue motivazioni: semplicemente non ne può più.

Gli onori e gli oneri che spettano a chi ricopre un ruolo come il suo richiedono un’energia che lei non ritiene più di avere.


In molti ci vedranno una sconfitta del modello rappresentato da questa autentica stella del progressismo internazionale, che ho raccontato per People nel libro “Jacinda Ardern. Una leader della porta accanto”.


Jacinda è (era?) non solo un esempio di leadership accogliente, conciliante, ottimista, del tutto opposta al machismo da operetta della maggior parte dei capi di stato suoi contemporanei, ma anche il simbolo della possibilità per le donne di perseguire le massime aspirazioni in termini di carriera senza per questo rinunciare alla famiglia.

Inevitabile, quindi, che oggi siano in diversi, tra i più maligni, a vedere nel suo gesto non solo il fallimento della sua stagione di governo, ma anche del modello sociale che rappresentava.


Ammetto che io stesso, quando ho appreso la notizia stamattina, ne sono rimasto sorpreso, ma riflettendoci trovo che invece la scelta di Jacinda Ardern sia pienamente in linea con lo stile che l’ha contraddistinta in questi anni.


Ardern ha sempre dichiarato, come riportavo anche nel libro, di non aver mai avuto l’ossessione della premiership, che anzi considerava un concreto ostacolo a una piena realizzazione personale e anche familiare. E pur avendo dedicato la sua vita alla politica, non l’ha mai considerato un impegno a tempo indeterminato.


Nella conferenza stampa con cui ha annunciato le sue dimissioni, ha lasciato intendere molto chiaramente che intende dedicare più tempo al compagno e alla figlia, e onestamente davvero vogliamo darle torto?


Sono mesi che sulla stampa occidentale rimbalzano gli articoli sul quiet quitting, in altre parole sul come la pandemia globale abbia fatto scattare nella mente di milioni di persone l’idea che forse i ritmi delle nostre vite vadano messi in discussione, che il tempo per la nostra salute non solo fisica ma anche mentale sia da tenere finalmente in considerazione, e spero non mi darete dell’ elitario o del classista se avanzo l’ipotesi che in questi stessi anni Jacinda Ardern - che si è trovata ad affrontare solo un attacco terroristico, una pandemia globale, un’eruzione vulcanica e una crisi economica - possa aver fatto gli stessi ragionamenti da una posizione di stress e di responsabilità decisamente sopra la media.


E lei che ha scelto - senza farne spettacolo - di non nascondere la sua sfera privata, di farne parte della sua immagine e del suo modello sociale, oggi con la stessa coerenza e sincerità ci dice che non ce la fa più.


In “Jacinda Ardern. Una leader della porta accanto” l’esercizio in cui mi sono cimentato è quello di descrivere una leader agli antipodi rispetto all’Italia, non solo geograficamente.

Ecco, proviamo a proiettare ancora una volta questa vicenda sul nostro paese. Faccio due esempi.


Nicola Zingaretti, quando ha lasciato altrettanto improvvisamente la guida del PD, non avrebbe lanciato un segnale più umano e normalizzante, se avesse detto chiaramente che il doppio ruolo di capo politico e governatore di una delle più grandi e complesse regioni italiane lo aveva sopraffatto?


E non ci siamo detti tutti che nei panni di Draghi tutto sommato anche noi avremmo mandato a quel paese quella gabbia di matti della sua maggioranza e ce ne saremmo andati a goderci la pensione?


Non avremmo apprezzato, in fondo, la schiettezza con cui Ardern ha deciso di rendere pubblica questa scelta così difficile? Più che il fallimento, mi sembra il compimento del suo modello di leadership.


Da ultimo, mi domando se lo stile della nostra premier - anche lei una giovane donna con un compagno e una figlia piccola -, del tutto opposto a quello di Jacinda, le permetterebbe mai di fare una scelta del genere, e di raccontarla alla stesso modo.


Mi sbaglierò, ma sono convinto che il modello Ardern sopravviverà sua alla carriera politica, che peraltro non credo affatto sia finita. Scommetto che nel giro di qualche anno la vedremo impegnata nelle istituzioni internazionali con rinnovato vigore, mente molte delle muscolarissime leadership che le vengono contrapposte saranno tramontate.

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