• Stefano Catone

L'emergenza climatica vista dal Gran Paradiso


Chi va in montagna se la ricorderà a lungo, l'estate del 2022. Se la ricorderà come la stagione che ha reso visibile a tutti quel che sta accadendo sulle Alpi. La tragedia della Marmolada, lo zero termico a quote superiori alle vette più alte, ghiacciai ridotti a un colabrodo dallo scorrere dell'acqua, crepacci sempre più aperti, frane. Tutto ciò a metà stagione.

Una settimana esatta dopo quanto successo alla Marmolada avevo in programma di salire sul Gran Paradiso, l'unico massiccio italiano con vetta superiore ai 4.000 metri. In quella settimana mi sono interrogato a lungo, insieme ai miei compagni di cordata, sulla sicurezza di ciò che stavamo facendo: metterci in cammino a notte fonda a 2.700 metri, legarci in cordata a circa 3.200 metri con le prime luci dell'alba, attraversare un ghiacciaio, superare un salto roccioso, toccare la cima dopo 4 ore di cammino, oltre 1.300 metri di dislivello a quella quota e fare rientro al rifugio, e poi a fondovalle.

Consultati i bollettini meteo che prevedono temperatura in discesa, sentite due guide, guardate un bel po' di fotografie sui social, decidiamo di partire e di tentare la salita, il giorno precedente, alla Tresenda: una cima meno elevata, così da acclimatarci meglio. Alle 4, frontali sul caschetto, siamo in marcia per essere, un paio di ore dopo, all'attacco del ghiacciaio. Con un unico problema: il ghiacciaio non c'è. Rimangono solo lingue morenti in ritirata, isolati testimoni del tempo che fu. Siamo noi tre, solo gli stambecchi ci fanno compagnia. Cerchiamo una via di salita orientandoci in un labirinto di rocce e sassi che se ne stanno aggrappati al suolo solo grazie alla temperatura notturna che ha fatto rigelare acqua e detriti. Saliamo cinque o sei metri, scendiamo per quattro o cinque. Un girovagare estenuante interrotto da un rumore sordo, senza eco, che proviene da sotto di noi. Ci guardiamo, guardiamo la parete, ci guardiamo di nuovo. Alle 8 e mezza siamo di ritorno al rifugio. Siamo delusi, ma anche consapevoli di aver fatto la scelta giusta.

A cena discutiamo con chi, come noi, il giorno successivo cercherà di salire sul Gran Paradiso. «Mi raccomando, seguite la nuova via», ci dice il rifugista. Già, perché come per la Tresenda anche il ghiacciaio del Gran Paradiso ha subito cambiamenti ritenuti irreversibili - perlomeno nel medio periodo, mentre nel lungo, come si sa, saremo tutti morti - che hanno suggerito ai salitori di tracciare un nuovo percorso: arrivati a quota 3.100/3.200 metri, invece di mettere i piedi sul ghiacciaio, si prosegue fiancheggiando il ghiacciaio e risalendo uno sperone di pietre instabili fino a raggiungere quota 3.500. E' quel che facciamo la mattina dopo: ci svegliamo prima, alle 3, con l'obiettivo di essere fuori dal ghiacciaio entro le 10. Caffè caldo, pane e marmellata, lampade frontali, sentiero e poi pietre, pietre, pietre e ancora pietre fino a non poterne più. A 3.500 siamo in effetti sul ghiacciaio. Tira un vento gelido, tanto che ho perso la sensibilità di alcune dita. Chiedo letteralmente una mano a Matteo per cambiarmi i guanti, ma anche lui è nella mia stessa condizione. Alessandro invece mostra sicurezza e procede con le manovre di corda. Più avanti confesserà di non aver mai avuto tanto freddo nella sua vita neppure lui. Il ghiaccio è bello duro, le punte dei ramponi fanno scintille. «Ramponi ben affilati», mi aveva detto la guida che avevo consultato prima di partire. Fa freddo, il ghiaccio è vivo: dove sono questi cambiamenti climatici? Sono tutti qui, di fronte a noi: il ghiacciaio è completamente scoperto, non c'è nemmeno il più sottile strato di neve a proteggerlo, tanto che i crepacci sono ben visibili, abissi spalancati. Ne superiamo alcuni, saliamo a passo costante e alle 8 siamo in cima. Ed è inutile che mi perda qui sulle emozioni che si provano a certe quote, sull'aria sottile, sul sole che, ora sì, ci scalda. Sventola la bandiera del Parco del Gran Paradiso, il più antico parco nazionale italiano, che quest'anno festeggia i 100 anni. In vetta siamo tallonati da un gruppo di francesi che ci invita alla discesa, la quale si svolge secondo programmi: alle 10 togliamo i ramponi e ci sleghiamo, alle 12 le gambe sono sotto al tavolo, dove ci attendono svariate birre.

Nelle settimane successive Instagram continua a propormi foto del Gran Paradiso. Le crepacciata terminale, quella da superare appena prima di affrontare il tratto di roccia che porta in cima, è diventata una vera e propria voragine. Sono state posizionate delle scale per superarla.