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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

L'eredità


Accadono cose che se fossero scritte da uno sceneggiatore le troveremmo ridicolmente poco plausibili, anche per un film di Sorrentino. Per esempio, che pochi giorni prima del ricovero di Berlusconi debuttasse a Londra un musical a lui dedicato, con canzoni tipo Thank Goodness for Silvio, My Weekend with Vladimir e, ovviamente, Bunga Bunga.

In un’intercettazione trapelata in uno dei vari processi Ruby, Berlusconi si confidava amaramente, dicendo che nel corso della sua lunga esperienza di Premier aveva fatto cose importanti, aveva anche convinto Putin a seguire la via della pace, e invece verrà ricordato solo per il bunga bunga, appunto. Oggi che le sue condizioni destano preoccupazione, non è più solo lui a interrogarsi su quale sarà la sua eredità e su come verrà ricordato.


Coerentemente con gli eccessi tipici del personaggio, non c’è dubbio che su di lui ne vedremo e ne sentiremo di tutti i colori. Che poi non dovrebbe essere difficile trovare un po’ di equilibrio: la pietas andrebbe espressa per ogni vita umana, senza per questo passar sopra a distanze anche profonde con chi sta soffrendo. Invece, stiamo già leggendo messaggi che eccedono in un senso o nell’altro. È incivile augurargli il peggio, ma anche vederlo descrivere come un padre della patria, specialmente da chi non è suo sodale, come dire, non va tanto bene.

Invece, un’analisi minimamente onesta di ciò che l’uomo ha rappresentato per questo Paese dagli anni Ottanta a oggi, e quindi per un lunghissimo periodo di tempo che ha saputo caratterizzare fortissimamente, ci sarebbe molto utile. Al netto della sua preoccupazione per la questione del già citato bunga bunga, che però è indicativa: con tutto il successo che ha avuto, con tutta la ricchezza che ha accumulato, con tutto il peso che ha esercitato sul Paese e il potere che ha gestito, è proprio il cruccio di Berlusconi a dirci quanto possa essere aleatorio il nostro breve passaggio in questa valle di lacrime, ed evidentemente non vale solo per noi poveracci.


C’è un’importante eredità materiale, un grande gruppo ormai da tempo guidato dai suoi eredi, anche se non è più vero come una volta che “la televisiun la g'ha na forsa de leun”, come diceva Jannacci, il mondo si è fatto più grande e più complicato, le sfide più difficili. Ma è l’eredità politica quella più interessante: anni fa Giuliano Ferrara invocava dalle pagine del Foglio la “rivoluzione liberale del Cav.”: l’ha poi fatta, questa rivoluzione? Onestamente, non pare, e col senno di poi sarebbe anche stato meglio, di sicuro meglio di questa roba con cui ci tocca aver a che fare ora. Nel momento del suo tramonto politico, se non ancora biologico, che è in corso già da anni, il suo partito è sfaldato, junior partner di una coalizione in cui prima spadroneggiava, e in cui soprattutto si è perso ogni freno rispetto alle peggiori pulsioni fascistoidi, corporative, razziste, populiste. Ma che però sono anche sue, a dispetto dell’immagine di moderatismo a cui gli piacerebbe somigliare: è stato lui a sdoganare la precedente incarnazione di Fratelli d’Italia, è stato lui a portare la Lega al governo, è stato lui a fare la guerra alle istituzioni, a invocare scioperi fiscali, ad alzare l’asticella delle false promesse elettorali, ad abbassare quella della civiltà del dibattito, a mettere all’indice i nemici. Tra tanti suoi torti, se davvero avesse voluto percorrere la strada di una modernizzazione nel Paese, nella sburocratizzazione, nelle ingessature anche linguistiche, nel passaggio da un’economia chiusa a una davvero aperta alla concorrenza, avrebbe anche avuto qualche ragione. Non è che questo Paese non fosse fermo, e non è che stesse benone, quando ha fatto irruzione sulla scena politica, aveva appena vissuto la più grande delle crisi istituzionali e proprio il suo immediato successo indica che c’era voglia di metterlo in discussione. Ma la verità è che non l’ha fatto, se non peggiorandolo ulteriormente (non era facile), e in buona sostanza nemmeno avrebbe potuto, visto che di mezzo c’erano in primis i suoi personali interessi.


Doveva essere, parlandone da vivo, un gran bel tipo con cui avere a che fare, e hanno sbagliato quelli che, presi dalla foga di indicare il nemico, nel corso dei decenni l’hanno minimizzato, peraltro pentendosene amaramente. La sinistra italiana, poi, non era assolutamente attrezzata ad affrontare un fenomeno del genere, e infatti ha sbagliato tutto quello che poteva sbagliare, con la triste aggravante di aver pure provato ad assomigliargli, nel tempo. A guardare il replay, per lunghi tratti è stato un po’ come assistere a una partita fra il Milan di Sacchi (appunto) e la squadra dell’oratorio, una di quelle scarse.

Quel che resta, forse, è una straordinaria capacità di anticipare i tempi, anche se non sempre in bene: da quel giorno della sua prima discesa in campo, ormai quasi trent’anni fa, nel frattempo i partiti conservatori di tutto l’Occidente sono diventati completamente folli, oltre che estremamente preoccupanti, e da Trump in giù si può ben dire che in fondo sono tutti figli suoi. In parallelo, nello stesso lasso di tempo i partiti di sinistra di governo, tutti o quasi, in compenso, sono diventati patetici. Difficile dire se si tratti di un’eredità di cui andar fieri, ma tant’è.

Ovviamente, ci auguriamo viva altri cent’anni. Li ha anticipati, sono suoi.




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