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  • Immagine del redattoreRedazione People

L’eroe di cui abbiamo bisogno


Pubblichiamo di seguito un'anticipazione di Supergiovane Forever, dialogo tra Luca Mangoni e Paolo Cosseddu con la partecipazione di Faso e Rocco Tanica, pubblicato nella collana Birrette e in preodine sul sito di People.


Questa storia sarebbe potuta andare molto diversamente. Nella serie di video che gli EelST hanno pubblicato sui loro canali per raccontare la genesi dei loro brani più famosi non poteva mancare Supergiovane, ed è proprio Elio, con un piccolo aiuto da parte di Faso, a ricordare che mentre il loro primo album era tutto composto da pezzi che la band eseguiva dal vivo ormai da anni, per İtalyan, Rum Casusu Çıktı (dal turco, letteralmente: ‘Italiano, spia greca espulsa’) fu necessario comporne di nuovi. Uno di questi voleva narrare, trasformandolo in supereroe, le gesta di un tipo di amico che molti di noi hanno avuto da ragazzini: quello un po’ fenomeno e spaccone, che in qualche modo sfida l’autorità degli adulti – pardon, dei matusa. Come sappiamo, insieme alla sua parte ne Il vitello dai piedi di balsa, si tratta del pezzo che ha dato il via a tutta la storia del Mangoni performer, ma, a sentire gli interessati, la prima scelta avrebbe dovuto essere un’altra, ed era caduta su Piero Pelù. Proprio così, o almeno è così che la raccontano loro. Non solo, ma inizialmente Supergiovane avrebbe dovuto avere un sidekick, un equivalente del Robin di Batman, “il Giovenca”, che sarebbe stato interpretato da Ghigo Renzulli. Elio effettivamente partì in missione per incontrare i Litfiba a un loro concerto, ma la cosa non ebbe mai modo di concretizzarsi, e così gli venne l’idea di proporre ai suoi soci il nome di Luca Mangoni. Seguì una lunga discussione, perché Mangoni era compagno di classe di Elio ma, per il resto, nessuno degli altri ne conosceva le capacità artistiche, chiamiamole così. In qualche modo, alla fine decisero di fare un tentativo e il resto, come si suol dire, è storia.

Se siamo ancora qui a parlarne, a distanza di così tanti anni, è perché in qualche modo quella di Luca Mangoni è una storia generazionale come poche, che attraversa epoche differenti e ancora resiste dopo aver accompagnato molti ex ragazzi (e ragazze) nati fra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, a cui se ne sono aggiunti altri via via sempre più giovani. Trent’anni dopo l’uscita di quell’album, oggi che di fatto gli album così come si intendevano ai tempi di fatto non esistono più, nemmeno fisicamente, quando parte quella traccia, l’effetto è ancora incredibilmente lo stesso, ed è esilarante. Giusto per fornire un pizzico di contesto a chi forse non ricorda così bene, nel suo esordio musicale, le prime parole pronunciate e incise da Mangoni sono le seguenti: Argento vivo, sbiancate, figu Oklahoma, sigarette, puttano Paciugo, garelli, smarmittare Figa, figa pelosa, figlio di puttana, porco diesel Non è la cosa peggiore uscita dalla fervida e un po’ malata (in senso buono) immaginazione della band, anzi: nel 2008, nell’album Studentessi, la già citata La risposta dell’architetto – sempre per bocca di Luca Mangoni e opportunamente redacted, come nei migliori dischi rap, con etichetta Parental Advisory – iniziava con: Io di spaccio ne conosco solo uno Quello che esce dal cazzo dopo che te l’ho messo nel culo

Gli esempi potrebbero essere infiniti. Nella raccolta Esco dal mio corpo e ho molta paura, che mette insieme un po’ di inediti del periodo fra il 1979 e il 1986, spicca un formidabile protoesemplare, registrato dal vivo: una ipotetica sigla per lo Zelig – che era ancora in viale Monza – che si fa beffe della grande tradizione cabarettistica meneghina (da I Gufi in poi, diciamo). Mangoni ancora non c’è, e la lingua è rigorosamente il dialetto locale. Come direbbe Jannacci, “il titolo è” Zelig: la cunesiùn del pulpacc, e a un certo punto fa così:

E i drugà che si fan i püntür (sic sic!) E i finöcc che se slarghen el cùl (prot prot!) Ciàpen l’Aids, vegnien chi denter al Zelig e gh’el tachen a tücc. La la la, la la la la la. La la la, la la la la la.

Siccome parliamo di tempi ormai lontani, e quei ragazzi che eravamo sono diventati nel frattempo uomini di mezza età, e soprattutto visto che oggi viviamo un’epoca molto diversa, dal punto di vista culturale, viene spontaneo chiedersi: si potrebbe ancora fare, oggi, quello stesso tipo di umorismo dissacrante, volutamente volgare e pesante per il gusto di esserlo? Troverebbe, dall’altra parte, un pubblico capace di stare al gioco e divertirsi senza offendersi o reclamare la violazione della propria sensibilità? La domanda non è accademica. Né si vuole qui fare la solita lamentazione conservatrice di chi si lagna per il fatto che “non si può più dire niente” solo perché le minoranze non sono più disposte a subire in silenzio battute razziste, omofobe o sessiste. Nemmeno, peraltro, gli Elii hanno particolarmente edulcorato il loro repertorio, andando avanti con gli anni. Ma erano partiti molto prima, e hanno un pubblico che già li conosce, sa cosa aspettarsi, ha presente il contesto – cosa che sfugge quasi sistematicamente, nelle polemiche che nascono sui social su questo genere di faccende. Se però la band esordisse oggi, mai sentita prima, di fronte a una platea che non sa cosa aspettarsi e che non può essere loro complice, forse allora quelle cose lì non potrebbero più farle, senza finire linciati. E questo sarebbe un male. La storia degli Elii, e di Mangoni con loro, come ricordato più volte, è lunghissima. Durante il concertone del Primo Maggio del 1991, trent’anni prima che la Rai provasse a censurare Fedez su quello stesso palco, fecero partire una densa invettiva, politicissima e completa di nomi e cognomi, sparata a sorpresa in diretta, almeno finché la regia non si spostò su un imbarazzato Vincenzo Mollica. Tempo pochi mesi e l’intera classe dirigente del Paese fu travolta da Tangentopoli, segno che dopotutto non si trattava solo di uno scherzo, quanto piuttosto di un’intuizione sullo stato delle cose che solo i grandi artisti, a volte, possono avere. Nel corso degli anni, insieme o singolarmente, gli EelST si sono più volte spesi per grandi e piccole cause, e non dovrebbero quindi esserci dubbi sul fatto che il loro cuore batta o no dalla parte giusta. Ma questo, appunto, se si parte dal contesto, se si guardano le cose nel loro insieme, perché se si decontestualizzano, se si isola, come spesso accade, la singola frase o parola, soprattutto per i millennial, la questione potrebbe essere più controversa.

Non abbiamo la palla di vetro e quindi non sappiamo dire come evolverà la scena culturale – quella globale e quella del Paese –, ma l’idea che l’umorismo debba contenersi dentro a determinati confini, peraltro difficilissimi da definire, e che gli artisti non possano dire cose persino terribili per il gusto di farlo, anche solo per provocare una risata, a patto di tenere presente – di nuovo – il quadro generale, in un patto di mutua intesa fra creatori e fruitori, è un’idea terrificante. Non sappiamo se nascerà mai più qualcosa di simile a Elio e le Storie Tese, scorribande di Mangoni comprese, anche in una forma diversissima e però animata dallo stesso spirito. Ma, se così non fosse, sarebbe un gran peccato. Nel dubbio, teniamoci stretti gli originali.

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