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  • Immagine del redattoreStefano Catone

L'illegale Memorandum Italia-Libia



La Libia “non è un porto sicuro”. È questa la notizia che, da alcuni giorni, ha trovato conferma in una sentenza della Corte di Cassazione, la quale ha reso definitiva la condanna a carico del comandante della Asso 28, nave di appoggio di una piattaforma petrolifera (di proprietà di una società partecipata da società italiane e libiche). Ma quali sono i fatti? Il 30 luglio del 2018, la Asso 28 soccorreva in acque internazionali, interne alla zona Search and Rescue libica, 101 naufraghi che si trovavano a bordo di una imbarcazione salpata dalla Libia. Il comandante della Asso 28 - senza identificare condizioni, stato di salute, volontà di chiedere protezione dei naufraghi – imbarcava un sedicente ufficiale libico che si trovava sulla piattaforma, che suggeriva di dirigersi verso la Libia e consegnare alla cosiddetta Guardia costiera libica i naufraghi. Detto, fatto. E solo a quel punto la Asso 28 contattava le autorità deputata alla ricerca e soccorso in mare, e cioè il Centro di coordinamento libico e l’Italian Maritime Rescue Coordination Centre.


Nella sentenza della Cassazione si legge che la Libia sarebbe “un porto non sicuro”, non avendo “aderito alla Convenzione di Ginevra per i rifugiati e attesa l’ineffettività del sistema di accoglienza libico e le condizioni inumane e degradanti presenti nei centri di detenzione per i migranti, trattandosi di luoghi ove non sono assicurati la protezione fisica e il rispetto dei diritti fondamentali”. Da un lato la Convenzione di Ginevra per i rifugiati vieta agli Stati contraenti di respingere “un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”. Dall’altro lato, la Carta dei Diritti fondamentali dell’Ue sancisce che “Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti”. Si tratta di norme fondanti del diritto internazionali, palesemente in contrasto con il purtroppo famoso “Memorandum Italia-Libia”, che prevede invece una stretta collaborazione tra i due Paesi al fine di respingere in maniera collettiva naufraghi e rifugiati verso la Libia. In questo contesto – non solo giuridico, ma politico – dobbiamo collocare quanto avvenuto il 30 luglio del 2018, e dobbiamo perciò chiedere come primo atto – giuridico e politico – lo stralcio del Memorandum.

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