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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

L'immigrazione serve, lo dice Bankitalia



L’immigrazione è una risorsa di cui abbiamo bisogno, lo dice anche la Banca d’Italia.

Proprio ieri, nelle sue Considerazioni finali sulla relazione annuale 2023, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha, infatti, sottolineato come un importante sostegno all’occupazione possa derivare “da un flusso di immigrati regolari superiore a quello ipotizzato dall’Istat”, che occorrerà gestire “in coordinamento con gli altri paesi europei, bilanciando le esigenze della produzione con gli equilibri sociali e rafforzando le misure di integrazione dei cittadini stranieri nel sistema di istruzione e nel mercato del lavoro”.

Per fare questo occorre innanzitutto smontare la narrativa, inutile e senza via d’uscita, secondo cui gli immigrati sono parassiti nullafacenti se non lavorano, ladri di impiego se invece lavorano.

Già oggi, nonostante il tasso di occupazione in Italia sia fra i più bassi dell’area euro (ben 8 punti percentuali inferiore alla media, divario che aumenta se si considerano i giovani o le donne), oltre il 10 per cento dell’occupazione complessiva è rappresentato da immigrati stranieri. Due fenomeni apparentemente incoerenti che si spiegano con il fatto che le persone immigrate sono concentrate soprattutto in quei settori dove il lavoro è precario, faticoso, tipicamente manuale e non qualificato, più esposto a rischi di infortunio (questo nonostante essi abbiano un livello di istruzione non molto inferiore a quello della popolazione autoctona, a dimostrazione dello spreco del capitale umano posseduto). O ancora in quegli impeghi che richiedono orari e spostamenti spesso incompatibili con altre esigenze personali e familiari, come nel caso del settore della cura e dell’assistenza domestica, dove l’incidenza del lavoro straniero supera il 70 per cento.

 

Di questa situazione sembrano aver preso atto anche gli ultimi governi – quello Draghi prima, quello Meloni poi – che hanno aumentato notevolmente le quote stabilite di lavoratori stranieri non comunitari che possono entrare in Italia per lavorare: per dare qualche numero, si è passati dai 30.850 ingressi del Decreto Flussi 2020 agli oltre 450.000 del triennio 2023-2025.

Si tratta, però, di un meccanismo che funziona poco e male.

Innanzitutto, perché i numeri sono molto piccoli rispetto alla richiesta (nel 2023 le domande presentate sono state sei volte più numerose delle quote di ingressi stabilite) e molto spesso si traducono nella regolarizzazione dell’impiego di lavoratori irregolari già presenti sul territorio, tipicamente già conosciuti e che già svolgono quello stesso lavoro nella più completa invisibilità.

In secondo luogo, perché la macchina burocratica che sottende al processo è estremamente complessa e farraginosa, già a partire dal cosiddetto click-day, la breve finestra temporale all’interno della quale i datori di lavoro possono presentare la domanda per assumere un dipendente straniero in modo regolare. Da lì, il processo non fa che complicarsi: tempi lunghissimi per i rilasci dei nulla osta e dei visti per l’ingresso da parte delle rappresentanze italiane nei Paesi di origine, pratiche che rimangono inevase talvolta per anni.

Il risultato, come denuncia il dossier pubblicato a fine maggio dalla campagna “Ero straniero”, è che i tassi di completamento della procedura, con l’assunzione e il rilascio dei documenti, sono estremamente bassi: nel 2023, a fronte di 74.105 posti in ingresso, le domande finalizzate con la sottoscrizione del contratto e la richiesta di permesso di soggiorno sono state solo 17.435. Cioè il 23,5 per cento.

Questo significa che i Decreti Flussi riescono a regolarizzare solo una piccola parte di lavoratrici e lavoratori che arrivano in Italia. Tutti gli altri sono destinati all’irregolarità e, quindi, all’invisibilità.

In altre parole, le attuali politiche di immigrazione producono in gran parte migrazioni irregolari.

Occorre quindi ripensare i processi di gestione di chi arriva nel nostro paese per lavorare, semplificarne l’apparato burocratico, introducendo canali diversificati e flessibili che tengano non solo dalle esigenze del mercato del lavoro, ma anche delle aspettative di lavoratrici e lavoratori. E occorre anche fermare finalmente il circolo vizioso dell’irregolarità, prevedendo uno strumento di emersione, sempre accessibile, che consenta a chi è privo di documenti di regolarizzare la propria posizione grazie alla disponibilità di un contratto di lavoro o di un effettivo inserimento nel contesto sociale del territorio.

 

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