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L'importanza della memoria



«Sono cresciuto in una casa dove sembrava che la II guerra mondiale non fosse mai finita. Ricordo il nervosismo di mia madre quando sentiva parlare tedesco: «I ga copà to nono Settimo» diceva, parlando del padre. Intendeva tutti i tedeschi. Ricordo altrettanto bene il suo nervosismo quando incontrava Pippo, che aveva fatto la lotta partigiana con mio padre, ma che «era una spia». Sempre dei tedeschi, ovviamente.


Paradossalmente, però, a casa mia della guerra non si parlava mai. E forse sono stati i silenzi, i non detti, a farmi diventare un narratore. Non ne parlava mio nonno paterno, che era stato bersagliere durante la Grande Guerra; non ne parlava mio padre, partigiano deportato a Ebensee; non ne parlava mio zio Elio, fratello di mia madre, partigiano della Garibaldi molto noto nella mia città, Padova.


Alcune recenti scoperte nel campo della genetica suggerirebbero – lo dico da assoluto profano – che i traumi subiti possano essere “trasmessi” alle generazioni successive. Non ne so abbastanza, ma voglio credere che sia così. Anche se non me le hanno mai davvero raccontate, le esperienze di guerra di mio nonno e di mio padre devono essermi arrivate in qualche modo. Ma ho sentito il bisogno di sapere di più, di conoscere quanto più possibile della storia orrenda e straordinaria che avevano vissuto».


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