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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

L'intolleranza selettiva



Negli ultimi anni – e in particolare dall’insediamento dell’attuale Governo – si è assistito ad una progressiva normalizzazione di quella che potremmo definire un’intolleranza selettiva nei confronti dell’immigrazione irregolare: la lotta ai migranti irregolari non è un’esclusione a priori che colpisce tutti indiscriminatamente, quanto piuttosto un processo di selezione che condona alcuni casi e condanna tutti gli altri.

Come sottolineano Ambrosini e Hajer (“Irregular migration”, Springer, 2023), la politica e l’opinione pubblica, alimentandosi a vicenda, partecipano attivamente a questo processo di selezione decidendo quali migranti devono essere considerati irregolari e, quindi, vanno duramente osteggiati, e quali invece possono essere tollerati, talvolta regolarizzati, spesso dimenticati: è il caso, quest’ultimo, delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri impiegati nel settore della cura, necessari ma invisibili, sopportati quando non addirittura sovvenzionati dalla pubblica autorità (ne avevamo parlato qua).


All’estremo opposto c’è il caso dei richiedenti asilo. In linea di principio, essi non sono immigrati irregolari perché, nel loro caso, attraversare un confine nazionale senza autorizzazione è una questione di forza maggiore: chiedere asilo è un diritto umano e, pertanto, non può essere etichettato come reato. Tuttavia, poiché la migrazione irregolare è sempre più spesso identificata come attraversamento non autorizzato di frontiere, i richiedenti asilo sono sempre più spesso visti come immigrati clandestini.

Negli ultimi anni questo processo si è ulteriormente esacerbato: anche i migranti che in passato avevano diritto ad un permesso di soggiorno come richiedenti asilo sono stati sempre più frequentemente presi di mira dalle forze politiche, dai media e dalla società come sfruttatori disonesti del sistema, in un clima di crescente ostilità che ha a sua volta innescato cambiamenti politici, riforme legali, restrizioni nelle regole di accoglienza. Un esempio lampante di questo circolo vizioso dell’intolleranza è la criminalizzazione delle ONG e delle loro operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, unitamente alle politiche di respingimento collettivo che impongono di riportare i naufraghi salvati in mare in Libia, Tunisia o verso altri porti più o meno sicuri. In questo caso, la reazione dell’opinione pubblica – o, meglio, l’interpretazione che i governi ne hanno dato – ha stigmatizzato i migranti, ridefinendoli come indesiderati, e accusato di connivenza chi cercava di salvarli.

Il discorso, però, è molto più complesso di così, ed occorre diffidare da chi riduce tutto ad una dicotomia: noi e gli altri, e, fra gli altri, lavoratori stranieri regolari e clandestini, chi è tollerato (perché invisibile, non perché integrato) e chi perseguitato.

La migrazione è un fenomeno che comprende un ampio spettro di circostanze biografiche, aspetti legali e condizioni sociali, e sono le stesse politiche di immigrazione (politiche figlie della propaganda e che dalla propaganda traggono nutrimento) che categorizzano alcune forme di migrazione come regolari e altre come irregolari. È la nostra intolleranza, in ultima analisi, che fa selezione, che decide chi può entrare e chi no.

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