• Giuseppe Civati

La combriccola dei destremi



È il 10 ottobre 2021. A Madrid va in scena l’ultradestra. La piazza è piena, il sole scalda i comizianti venuti da ogni confine – e confine è una delle parole chiave – dell’Europa, dell’Iberosfera e non solo.

Padrona di casa è Vox, la formazione di estrema destra che si è imposta all’attenzione delle cronache politiche spagnole negli ultimi anni. Dal vivo intervengono il portoghese André Ventura e Giorgia Meloni, gli altri appaiono per pochi secondi con messaggi video.

È un bignami, questa manifestazione, dei volti e delle parole d’ordine della destra mondiale, dopo la caduta dell’indiscusso protagonista della precedente stagione politica, Donald Trump.

Si parte con Eduardo Bolsonaro – figlio di Jair, presidente del Brasile, e votatissimo deputato federale. In un messaggio di pochi minuti riassume tutto ciò che c’è da dire: Dio, patria, famiglia e proprietà privata. Si concede anche un passaggio sul passaporto vaccinale, affermando la propria contrarietà perché non vuole una società divisa in cui ci sia la classe dei vaccinati e quella dei non vaccinati. Conclude con una citazione biblica, nella consapevolezza di dover affrontare una guerra culturale: la verità – che sta dalla sua, dalla loro parte – ci libera.

Sul palco sale André Ventura, leader di Chega! (‘Basta!’), la formazione di estrema destra portoghese che è diventata la terza forza del Paese alle recenti elezioni politiche, eletto deputato a Lisbona nel 2019. Era dal 25 aprile del 1974, dalla rivoluzione dei garofani, che l’estrema destra non occupava un seggio nel Parlamento portoghese. Come vedremo con Abascal, che di Vox è leader, anche Ventura aderiva alla formazione di centrodestra del Partito social-democratico prima di lanciare la propria sfida più estrema.


Ventura, che si è fatto conoscere per le sue uscite clamorose, ha toni più moderati del solito e insiste sulla «terribile minaccia socialista», che intende distruggere le radici delle nostre nazioni. La verità per Ventura è tradizione, la tradizione è verità. Dice che deve schierarsi contro chi sta organizzando la nuova realtà globale (il nuovo ordine, direbbero altri), invoca un’alleanza tra partiti, chiede un’economia libera (che contrasta con i suoi peana contro l’ultraliberismo), si impegna a difendere i “nostri” lavoratori e se la prende con l’Europa del Nord.

Subito dopo di lui interviene, dall’Europa del Nord-Est, Jarosław Kaczyński, che invita a non raccogliere «le utopie della sinistra», a livello europeo e globale: per evitare i pericoli di un ente sovraordinato chiede una cooperazione permanente tra gli Stati, che è la nuova linea della destra europea. Nessuno parla più di uscire dall’Europa, né di abbandonare la sua moneta. Eppure pareva essere la madre di tutte le battaglie per le destre europee fino a poco tempo fa.

La parola torna al di là dell’oceano e Andrés Pastrana dal Venezuela individua i nemici nel Foro de São Paulo, la conferenza dei partiti politici latinoamericani di sinistra, e nel più recente Grupo de Puebla. Scorrono i brevi interventi del cileno José Antonio Kast e di Ted Cruz, dal Texas, e arriva il momento di Giorgia Meloni.

Prima del passaggio dell’Yo soy Giorgia, in cui si concede quel tono urlante che tanto le ha portato fortuna, il suo è un intervento riflessivo, ordinato, puntuale.

Dice di sentirsi a casa. Per lei la parola e la madre (la matrice?) di tutte le battaglie è “patriota”. Un patriota per Meloni è inevitabilmente tradizionalista, identitario, nemico dei globalisti e di quelli che definisce «pasionarios del progresismo». Altri nemici sono i «presuntos buenistas» e chi vuole vendere la vita come se fossimo al supermercato. «I mostri non siamo noi, ma chi parla dell’utero in affitto o della droga gratuita»: noi, insiste Meloni, siamo quelli della famiglia, non della propaganda di genere, proprio perché contrari al relativismo assoluto e a quell’ateismo che apre in verità la strada al fondamentalismo, secondo la leader che ricorda di essere cristiana ogni volta che può.

Lo schema per Meloni è bianco e nero, e si sa qual è il colore che preferisce, benché il suo outfit sia bianco-candidatura. Un passaggio sul laicismo, un accenno molto rapido a quell’altro «mostro», il fisco che opprime, per poi tornare velocemente a parlare di cultura della cancellazione, in difesa delle statue di Cristoforo Colombo che qualche «barbaro» vorrebbe abbattere: «Le statue non si abbattono, le abbattono i talebani!».

Anche nelle parole di Meloni non manca l’imprescindibile passaggio sulla dittatura del politicamente corretto in mano ai milionari della Silicon Valley e quello contro un’Europa che è diventata sovietica perché, dice, quelli che si sentono orfani dell’Unione sovietica l’hanno voluta così e l’hanno sposata proprio per quello.

Si segnala una menzione anche per Greta Thunberg e per quelli che Meloni definisce gruppi di pressione multinazionale che, con la loro retorica sul clima, ci consegneranno mani e piedi alla Cina – che invece continuerà a produrre energia dal carbone. Indisturbata.


Applausi unanimi della platea. Dopo la “cugina d’Italia”, intervengono Morawiecki e Orbán: denunciano la perdita dell’Europa cristiana, quel mainstream che è prigioniero della sinistra radicale, con l’immigrazione, la corruzione dei figli e la mancanza di rispetto per la famiglia. Tutto si può dire dell’ultradestra tranne che non abbia tormentoni che ritornano sempre, quasi con le stesse parole, al di là delle barriere linguistiche.

È il momento del vero leader, Santiago Abascal. Quarantacinque anni, basco di Bilbao, popolare, nel senso del partito, fino al 2013. Dall’anno successivo è presidente di Vox, riconfermato per due volte. Dal 2019 è deputato alle Cortes.

Il suo intervento di presentazione dell’agenda politica di Vox, che si chiama “Agenda Spagna”, è per quattro quinti dedicato a rispondere agli altri e a parlare, polemicamente, della politica spagnola. Le proposte di indirizzo – l’agenda! – arriveranno solo nei dieci minuti finali e Abascal non rivelerà che pochi e scarni dettagli sul come fare le cose in cui dice di credere così fermamente.

Parte dal vittimismo tipico della destra di ogni tempo: «non parlano di noi perché siamo il loro incubo», «è odio il loro, non il nostro», è «la loro rabbia, non la nostra». C’è una nuova etichetta al giorno per definirci e banalizzare ciò che stiamo facendo, dice, mentre sventolano le bandiere verdine.

Vox è solo uno strumento, la missione è la Spagna con la sua tradizione.

E Vox, nelle parole del suo leader, si rappresenta come unica opposizione al sistema, contro i talebani europei e i burocrati di Bruxelles, i socialisti e i comunisti alleati dei poteri forti internazionali, la nuova religione del clima. Dalla loro parte c’è la verità e Abascal invoca l’alleanza dell’Europa del Sud. Ascoltandolo ci sovviene che a parlare siano i tre rappresentanti dei Paesi in cui le dittature fasciste in Europa sono state più longeve, ma non se ne fa alcuna menzione. La storia millenaria non contempla alcun riferimento al fascismo di Mussolini, Franco e Salazar. Che lo diano per scontato?

I milionari di sinistra della Silicon Valley sono citati, quasi formula omerica. Abascal si dedica a una critica lunga e circostanziata del Partito popolare, uguale ai socialisti: «altre facce, la stessa politica». Vox, ancora, è presentata come unica alternativa.

«Questi vogliono entrarci in casa, fino al locale della lavanderia» dice Abascal. Come per Meloni e Ventura, immigrazione di massa, ideologia di genere, multiculturalismo, «la politica delle tombe» con aborto e eutanasia, la corruzione dei figli, la Cina e chi si inginocchia al suo cospetto, proprio quella Cina che – sappiamo – è colpevole di avere diffuso il virus.


Le proposte politiche di estrema destra e di vaghezza ancor più estrema dicono: riduzione delle imposte, riduzione dei costi della politica, fare figli contro il suicidio demografico, forte opposizione all’Islam fondamentalista, espulsione dei clandestini.

Ricette economiche zero. Desaparecido il no euro, nessuno ne fa menzione. Nessuna analisi del modello capitalistico, che nessuno pare rifiutare, se non per quanto riguarda i riccastri della maledetta Silicon Valley, vero e proprio argomento ricorrente. Il centralismo nazionalista è spintissimo senza spiegare però come si intenderebbe riassorbire le competenze e le risorse dalle autonomie.

Tanto forte è la presa di posizione quanto fragile è il programma politico. Si contesta la retorica altrui ma ciò che conta, per i destremi, è la loro retorica, il loro impianto storico, la loro ricostruzione in chiave tradizionalista di ogni cosa che accade e che accadrà.

Il mondo di oggi non gli piace: si punta a tornare a un prima, non sapendo immaginare un dopo se non come minaccia, pericolo, paura. Le forze del male sono alleate tra loro, e sono tutti d’accordo, in una cospirazione mondiale ai danni del popolo.

L’unica barriera contro questa deriva sono loro, baluardo contro i comunisti alleati dei milionari della Silicon Valley che hanno trovato sponda nei burocrati europei e nei devoti del clima che non fanno nient’altro che aiutare la Cina, aprendo d’altra parte al fondamentalismo islamico. E così via.