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  • Immagine del redattoreMarco Vassalotti

La disobbedienza civile di Ultima Generazione



Incontriamo Carlotta Muston su Skype, dopo qualche messaggio su WhatsApp. Il suo contatto ci è stato girato dall’ufficio stampa di Ultima Generazione, una delle organizzazioni di cui si è più parlato negli ultimi mesi. Da quasi un anno si fanno sentire bloccando il traffico sul Grande Raccordo Anulare, organizzano azioni di disturbo contro le grandi compagnie del fossile, versano vernice lavabile sulle opere d’arte e sui palazzi delle istituzioni. Le loro azioni di disobbedienza civile – la più celebre, l’imbrattamento della facciata di Palazzo Madama del 2 gennaio 2023 – hanno contribuito a risvegliare l’attenzione sull’emergenza climatica. Allo stesso tempo, hanno creato una grande frattura nell’opinione pubblica tra chi apprezza le modalità, chi le capisce pur non condividendole e chi le condanna duramente, senza appello.


Come presenteresti Ultima Generazione a chi ci legge? Com’è nata?


Ultima Generazione nasce un anno fa, come campagna interna a Extinction Rebellion, da cui poi si è staccata per entrare in A22, un network internazionale che riunisce attiviste e attivisti di molti Paesi del mondo e che ha lanciato un manifesto che chiede ai governi un impegno per una riduzione drastica delle emissioni di carbonio. Come Extinction Rebellion, Ultima Generazione utilizza un modello interno organizzativo modulato a partire dalla sociocrazia e pratica la disobbedienza civile nonviolenta. Le cittadine e i cittadini che prendono parte alla campagna di Ultima Generazione sono mossi da una profonda preoccupazione per la crisi ecologica e climatica e per gli effetti socioeconomici e politici che sta già avendo nel nostro Paese. Succede nell’indifferenza della classe politica, che ha il dovere etico e morale di proteggere i cittadini e le cittadine, e a partire dal senso di responsabilità nei confronti della propria collettività e comunità di riferimento.


Cito un passo del manifesto di A22: «Non siamo qui per evidenziare, supplicare o intrattenere. Siamo qui per raggiungere il cambiamento necessario affinché ciò avvenga. Siamo qui per l’azione, non per le parole. Abbiamo un piano».

Qual è questo piano?


Presentare richieste chiare e dirette alle istituzioni, progettare azioni di disobbedienza civile di forte impatto, metterle in pratica. Siamo consapevoli degli effetti delle nostre azioni, sia per quanto riguarda le ricadute su chi le compie sia in termini di orientamento del dibattito pubblico. Ci accusano di essere manovrati dall’esterno, ma è un’assurdità: ci ispiriamo ai movimenti nonviolenti degli ultimi decenni, adattiamo il loro esempio alla situazione attuale, in generale studiamo molto e poi mettiamo in pratica quello che abbiamo studiato per raggiungere gli obiettivi che ci prefiggiamo. Non c’è niente di casuale in quello che facciamo. Ricorderai la comandante Carola Rackete e quello che fece a bordo della Sea-Watch: la sua decisione di entrare in porto e di portare a terra le persone che aveva salvato e che aveva a bordo – nonostante i divieti del governo italiano – costrinse tutte e tutti in Italia a prendere una posizione, a stare con lei o contro. Siamo convinti che gesti come questi siano necessari per creare una maggiore consapevolezza. Sappiamo che uno degli effetti delle nostre azioni è quello di polarizzare l’opinione pubblica, ed è uno scopo che perseguiamo.


Febbraio 2022: un attivista di Ultima Generazione fa uno sciopero della fame di nove giorni per chiedere un incontro con l’allora ministro della Transizione ecologica, Cingolani. Viene ignorato, fino a quando non decidete di imbrattare la sede del Ministero. A quel punto Cingolani accetta di dialogare pubblicamente con voi, probabilmente l’unica occasione in cui avete potuto confrontarvi in maniera diretta con un’istituzione cui rivolgete le vostre richieste. Cosa ricordi di quell’incontro?


Una forte sensazione di delusione, condivisa con le persone che vi parteciparono in prima persona. Anche allora avevamo una richiesta diretta, che volevamo portare all’attenzione del governo e che effettivamente portammo a quell’incontro: la creazione di assemblee cittadine che affrontassero il tema del contrasto alla catastrofe climatica. Non solo la richiesta non fu accolta, ma l’atteggiamento del ministro fu di totale delegittimazione: ci ha dipinto come “catastrofisti”, mentre non facciamo che basarci sui report dell’ipcc. Oltre alla delusione, poi, c’era la rabbia: la rabbia di constatare che attiviste e attivisti sono più competenti di chi detiene il potere di cambiare le cose. E la rabbia per l’atteggiamento paternalistico con cui venimmo trattati, un atteggiamento che abbiamo ritrovato troppo spesso anche in altre occasioni: ci trattano da ragazzini, ci danno del tu invece che del lei quando interloquiscono con noi, veniamo descritti come un movimento “giovanile” per far passare il messaggio che siamo degli ingenui. continua a leggere su Ossigeno n. 11

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