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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

La dura vita dell’intellettuale di destra



Forse non vi siete mai posti il problema, ma non è facile essere un intellettuale di destra. Prendiamo lo spoil system usato dal Governo sul palinsesto Rai: si fa presto a criticare, ma se è pur vero che su Fazio e su Annunziata si può eccepire, guardando dall’altra parte ci si ritrova con Insegno e Porro. Di più non si trova. Il fatto è che sussistono essenzialmente due problemi nell’essere pensatori, artisti, poeti e così via e al tempo stesso piacere alla destra che piace. Il primo ha a che fare con il pensiero stesso, la cui costruzione esige una certa qualità nell’elaborazione: riflessioni del tipo “i marocchini rubano” - in precedenti versioni leghiste, “i terroni non hanno voglia di lavorare”, oggi sostituiti dai giovani ma con meno efficacia - non hanno fondamenta caratterizzate da una profondità tale da permettere di costruirci sopra chissà quale impianto teorico. Chi prova a fare un ragionamento si trova a competere con tipi che si esprimono sostanzialmente a rutti, ed è una gara persa in partenza. Poi c’è la mai risolta pulsione edonista che cova nelle destre, ovvero il conflitto indicibile tra la volontà di dominio e controllo anche morale sul mondo, e dall’altro però il desiderio di lasciarsi andare a sfrenatezze stile Salon Kitty, a base di droghe e ammucchiate.


Per non cadere nel solito riferimento a Gabriele D’Annunzio, tra gli altri torna utile ricordare Pitigrilli, che fu romanziere eccezionale, libertario e libertino praticante - non per rubare il mestiere a I libri degli altri di Civati, ma il suo Cocaina è ancora oggi un romanzo assolutamente da leggere per capire mood e contraddizioni di un’epoca oscura -, mentre al tempo stesso faceva l’informatore per l’Ovra, la polizia segreta fascista, lui che all’anagrafe si chiamava Dino Segre ed era ebreo che più ebreo non si può, e ciò nonostante arrivò al punto di chiedere di essere “arianizzato” dal Tribunale della razza. Come il rabbino Bengelsdorf, che nell’ucronia narrata da Philip Roth ne Il complotto contro l’America faceva da megafono a un’America nazistizzata. Solo che non si può, è una vita d’inferno essere una cosa e il suo contrario, non ci si riesce.


Ecco, allo stesso modo (si fa per dire) Filippo Facci è uno che scrive per giornali di destra ma ama comportarsi in maniera anticonformista, uno che in gioventù è stato folgorato non da Benito Mussolini ma da Bettino Craxi, uno che va in tivù in ciabatte e infine uno che non ha mai nascosto di aver fatto uso di cocaina, e certo definirlo di sinistra sarebbe un bel salto ma probabilmente è nel posto sbagliato, questo sì. Chi lo ha difeso in questi giorni - parecchi fanno parte di quella generazione che passò dal Foglio di Giuliano Ferrara una ventina di anni fa, quando pur se oscenamente di parte era molto divertente da leggere - non ha capito che a sottolinearne la diversità e le qualità stilistiche non gli si fa mica un favore, anzi lo si de-arianizza (lui che è biondo e se ne vanta, peraltro) agli occhi del suo lettore medio, e pure del suo editore medio, che certo non premia questo genere di pregi. E infatti va sui giornali a lamentarsi dei suoi debiti, segno evidente del fatto che in un ambiente in cui altri hanno fatto il grano abbassando il livello fino a mettersi a scavare, lui è rimasto a secco, a dispetto di tutto l’impegno che ci ha messo. Non è facile essere verde, diceva Kermit dei Muppets in una tristissima e nota canzone, e allo stesso modo non è facile esser Facci in un ambiente in cui fa strada gente come Mario Giordano, che pure aveva conosciuto la sua prima popolarità come inviato di Gad Lerner ma poi si è lungamente prodigato per redimersi, e oggi corre per gli studi Mediaset, strillando, come un pollo a cui hanno tagliato la testa.


Forse, un giorno, la destra di tutto il mondo - compresa quella italiana - farà pace con la contraddizione di esser solita rivolgersi ai peggiori istinti umani e pretendere al tempo stesso di esser presa sul serio nel suo tentativo di costruire un pensiero profondo e articolato. Di oscillare tra la mania del controllo autoritario e la glorificazione della ricchezza, del guadagno personale a discapito di quello collettivo, del voler essere classe dominante come se questo non comportasse, sempre e senza eccezioni, vizi ed eccessi. Di cui però si deve tacere. Altrimenti, se si cerca di approfondire appena un pochino, non solo non si viene capiti nemmeno da quelli che dovrebbero essere i propri sodali (figuriamoci da quegli altri), ma si finisce in competizione con chi, come Vittorio Feltri a commento di un precedente caso di stupro, si complimentò con l’autore per la durata dell’atto, per lui proibitiva. Capite bene che non c’è partita.

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