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  • Immagine del redattoreSilvia Cavanna

La marea in piazza, una marea arrabbiata

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«Mica me lo credevo di vedere il mare a Roma» afferma una signora, fazzoletto fucsia al collo e nipote per mano. Perché c’è una regola non scritta secondo cui una manifestazione che porta in piazza mezzo milione di persone perde lo status di corteo e diventa inequivocabilmente marea. E la marea, quando è arrabbiata, fa paura.

Quest’anno il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, arriva all’indomani dell’omicidio di Giulia Cecchettin, ammazzata a 22 anni dall’ex fidanzato perché lo aveva lasciato, perché voleva andare avanti con la sua vita, perché si sarebbe laureata prima di lui. Delle parole di Elena Cecchettin, sorella di Giulia, che ha chiesto a tutte e tutti di convertire il dolore in rabbia per cercare di cambiare questa società che normalizza, e quindi legittima, la violenza di genere. Dei media, che perpetrano la narrazione secondo la quale la donna è un essere fragile da difendere e proteggere, che colpevolizzano le vittime e romanticizzano le relazioni tossiche. Della politica e delle istituzioni, che minimizzano il problema cercando di patologizzare un fenomeno che invece è strutturale, sistemico e ha radici culturali profonde.

E tutto questo ha contribuito a riunire a Roma 500mila persone provenienti da tutta Italia.


Il corteo nazionale organizzato dal movimento transfemminista Non una di meno, partendo da un Circo Massimo gremito, arrabbiato e coloratissimo, si è snodato per le vie del centro al suono dei cori di denuncia contro il patriarcato e la violenza di genere, contro la cultura del machismo e la mascolinità tossica, in favore dell’autodeterminazione e della libera scelta sulla propria vita e sul proprio corpo, in sostegno al popolo palestinese perché l’oppressione di un popolo è l’oppressione di tutti i popoli.

Abbiamo camminato fianco a fianco per smascherare un governo che strumentalizza le morti e gli stupri per inasprire le pene e bonificare – fra passerelle e militarizzazione – i territori ritenuti più problematici, e che invece nicchia sulle misure di prevenzione, come l’educazione sessuale e affettiva sin dai primi anni di scuola, o di reale contrasto alla violenza di genere, quali il reddito di autoderminazione e l’emancipazione economica delle donne, politiche abitative e di welfare inclusive e fondate sulla libertà di scelta, e le sovvenzioni per le case rifugio – ricordiamo, a tal proposito, che proprio un mese fa il presidente della Regione Lazio Rocca revocava la convenzione alla casa delle donne Lucha y Siesta, chiedendone lo sgombero.

E proprio in quanto espressione del patriarcato che si oppone alla libertà di scelta, con posizioni anti-abortiste e sostenitrici della famiglia naturale quale unica forma di unione, durante il corteo le attiviste di Non una di meno hanno condotto un’azione dimostrativa e di “sanzione” nei confronti della sede di Pro Vita e Famiglia, imbrattandone le saracinesche, lanciando fumogeni fucsia e appendendo striscioni. Qui le forze dell’ordine, in tenuta antisommossa a protezione delle serrande dell’associazione, solo pochi giorni dopo essersi spese sui social in dichiarazioni a supporto delle donne contro la violenza di genere (suscitando, fra l’altro, reazioni polemiche da parte delle tantissime persone che ne hanno invece denunciato la scarsa empatia e le difficoltà nel farsi ascoltare), hanno dimostrato ancora una volta la loro vicinanza e il loro sostegno alla causa, nonché un tempismo degno di nota, alzando i manganelli contro le manifestanti.


Nonostante le polemiche e le strumentalizzazioni dei giorni scorsi, la piazza era piena di persone comuni, non organizzate, che spontaneamente hanno deciso di muoversi e partecipare, che hanno sentito l’urgenza di esserci con il proprio corpo e con la propria voce, di diventare goccia nella marea.

Nonostante le polemiche e le strumentalizzazioni dei giorni scorsi, la piazza era una piazza politica perché la rabbia è uno strumento politico e le rivendicazioni urlate dalle manifestanti – per una società equa, giusta, inclusiva, sostenibile, sicura – sono rivendicazioni politiche e non possono prescindere dalla politica.

È finita l’epoca del femminismo pacificatore, che ha portato unicamente ad una parità di genere formale senza introdurre nessuna reale trasformazione nella società, ed è giunto il momento di un femminismo radicale, che usi la rabbia e la mobilitazione come motori del cambiamento, che si faccia ascoltare, che abbandoni le buone maniere, che resista, che non si accontenti del compromesso.

Perché insieme siamo partite e insieme torneremo. Non una di meno.

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