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  • giuseppe civati

La penisola di Pasqua



«Mentre tentiamo di immaginare il declino della civiltà di Pasqua, ci chiediamo: “Perché non si guardarono attorno, realizzando ciò che stavano facendo, per fermarsi prima che fosse troppo tardi? A cosa stavano pensando, quando abbatterono l'ultima palma?”»


La domanda di Jared Diamond sulla fine della civiltà dell’Isola di Pasqua mi continua a tornare in mente, in queste ore. La politica prosegue nel suo insistito vaniloquio. La società ha ben altri problemi. E intanto tutto scivola via. Siamo diventati la penisola di Pasqua.


Inorridiamo per gli attivisti di Ultima generazione, parliamo di piste da sci da innevare mentre si sciolgono i ghiacciai alla stregua degli emiri sulle dune, dedichiamo il nostro tempo a polemiche insensate che non hanno alcun contenuto reale. Al massimo di ecologismo si parla, fare qualcosa è escluso a prescindere.


Al governo, del resto, ci sono i negazionisti del clima, amici di Bolsonaro (già), di Trump e di tutta quella destra mondiale che rappresenta alla perfezione il corrispettivo politico dei fenomeni climatici estremi: extreme weather, extreme right. Prima di loro, c’erano gli inerti, i piccolipassisti, i cauti, i guardinghi. Il risultato è che perdiamo tempo, ne perdiamo sempre di più e ce ne compiacciamo, all’insegna della politica del momento che passa subito. E non torna più.


Lo sapevamo già, la cosa drammatica è che ci siamo abituati e che lo troviamo “normale”.


Che cosa deve ancora succedere perché prendiamo sul serio la questione e ci togliamo dalla testa la follia di trascinare feticci sulla cima della montagna – che hanno peraltro la stessa espressione degli esponenti di spicco della nostra classe dirigente?

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