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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

La politica al tempo dei franchise



È la tendenza culturale dominante di questi nostri anni: siccome inventare nuove storie è una faticaccia, meglio raccontare sempre le stesse, all’infinito. A un certo punto qualcuno deve avere pensato: bello, perché non farlo anche in politica?

Basta far leva sulla nostalgia - il più odioso tra tutti i sentimenti -, quella per i bei tempi andati, e se non li rimpiangete non preoccupatevi, renderanno quelli odierni così tristi che ve li faranno rimpiangere lo stesso. Quindi, come nel famoso meme del Dottor Manhattan (non l’invasato nuclearista, l’originale), a ogni decennio e forse anche meno vi tocca sciropparvi l’hype per il nuovo Ghostbusters, il nuovo benché ormai ottuagenario Indiana Jones, la Disney continuerà a produrre roba ricavata da Guerre Stellari finché non avrà trasformato in giocattolo anche l’ultimo soprammobile inquadrato, ci dovranno sempre essere almeno non una ma ben due serie su Star Trek in onda per ogni giorno dell’anno, ci faranno vedere la barba di Gandalf crescere centimetro per centimetro, diventare grigia e poi bianca e con la sua la nostra, apriranno spin-off di Ncis pure al posto del tabaccaio sotto casa e rivedremo daccapo i maghetti infanti di Hogwarts trasformarsi da bambini pucciosi in adolescenti fastidiosi e continueremo a trovarceli in nuove incarnazioni finché saremo così vecchi che per alzarci dal letto dovranno usare l’incantesimo wingardium leviosa, e così via fino alla fine dei tempi.

 

Potevano forse lasciarci il brivido di un pizzico di novità almeno nella cabina elettorale? Non sia mai. Inutile dire che la forza che più di tutte ha saputo usare l’effetto nostalgia è anche quella più forte, quella di governo: ce l’ha anche nel simbolo, la nostalgia canaglia, giacché quella fiamma non è lì per caso (“derivativa”, si dice in questi casi), e i suoi esponenti ne propagandano i contenuti ogni giorno. Ma è con l’operazione “votate Giorgia” che si raggiunge l’apoteosi: un tipico tentativo di requel (reboot più sequel) in cui si inserisce un nuovo personaggio con evidente riferimento all’originale, e nel caso specifico si manda in difficoltà l’apparato elettorale del Paese pretendendo di trattare un nome invero piuttosto comune come se in realtà fosse inconfondibile e immediatamente riconoscibile. Tipo, per dirne uno a caso, Benito: “mio padre uomo ligio al partito nome Benito mi volle dar”, cantava Guccini nel 1967 per dire che quello sì, che non era un nome fraintendibile. Per il resto funziona tutto, compreso il lavoro di aggiornamento formale tipico dei franchise: passa il tempo e non si possono più usare gli stessi costumi (e gli stessi fez), lo stesso gergo, i cinegiornali di regime ci sono sempre ma non più in bianco e nero, bensì a colori e in 4K, del resto la tecnologia avanza, tutto il resto no. Ovvio che, di fronte a un successo clamoroso come questo, gli avversari non potessero che inseguire, e quindi ecco la tessera del Pd con la faccia di Berlinguer, dopotutto chi è che non gli voleva bene - è stato celebrato anche da Fratelli d’Italia, giusto la settimana scorsa - peccato per il buco di trama, nessuno infatti si premura di spiegare come mai le persone di sinistra ne sentono la mancanza, mah, chissà. Lo dimostra il fatto che sarebbe complicato, replicare lo stesso effetto mettendo sulle tessere i volti di quelli - non pochi - che fin qui sono effettivamente stati segretari del Pd, da Veltroni a Letta. Tranne Renzi, ovviamente, lui è stato dichiarato fuori dal canone un po’ come lo 007 con Peter Sellers, cosa che però complica ulteriormente la coerenza narrativa, per esempio nessuno sa più dire chi è che lo aveva approvato, ‘sto benedetto jobs act, mistero.

 

Per i centristi invece, il cui franchise è relativamente recente, gestire la continuity è più semplice: coltivano l’ambizioso piano di vedere Mario Draghi presiedere la prossima Commissione europea, ma in questo caso i problemi derivano dal fatto che nessuno di loro in effetti detiene la proprietà del marchio, contesa fra una miriade di soggetti che fanno uscire progetti in parallelo, con un certo disappunto da parte del pubblico. Chi invece se la cava alla grande e può rivendicare a buon diritto di aver iniziato tutta questa tendenza è Forza Italia, il cui franchise prosegue senza interruzioni da decenni. Non importa che Berlusconi sia nel frattempo morto, non ne hanno fatto un ologramma come con il personaggio di Egon Spengler in Ghostbusters (per ora) ma continua a essere nel simbolo e sui manifesti, Netflix gli ha dedicato una miniserie e l’uscita addirittura al cinema di un film sulla vita di Ennio Doris fa sperare i fan nella creazione di un vero e proprio Berlusconi Cinematic Universe, in cui a ogni uscita si introducono nuovi personaggi (Dell’Utri, Previti, Nicole Minetti e così via), fino a riunirli in un’epica House of Freedom. Non vediamo l’ora di vedere la versione uncut.

 

Ma, se non siete ancora convinti, vi basti pensare all’unico che ha avuto la malaugurata idea di andare controcorrente, ovvero Matteo Salvini. Lui sì che aveva un pantheon solidissimo per le mani, tra dio Po, Pontida, secessione, sciopero fiscale e odio per i terroni, ha deciso di cancellarlo e, sebbene le cose gli siano andate bene lì per lì, ha fatto un disastro, come se non bastasse facendo incazzare la sua fanbase, e quella è sempre meglio tenersela buona. Servirà una retcon, o forse un reboot, per riparare al danno. È il pubblico che lo vuole.

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