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  • Immagine del redattoregiuseppe civati

La politica degli animali (che poi ne faremmo parte pure noi, degli animali, intendo)



Leggevo un commento di Chiara Piotto dalla Francia, pubblicato su Instagram: «Una riflessione personalissima sul consumo di carne, dopo l’uscita di un nuovo report del @reseauactionclimat: il 22% delle emissioni di CO2 della Francia oggi dipende dall’alimentazione molto basata sulla carne. Si mangiano 900g di carne a settimana, il doppio della media mondiale, il che non stupisce guardando i menù dei ristoranti francesi. Basterebbe dividere a metà i consumi individuali - mangiando 450 g di carne, che comunque non sono pochi - per ridurre le emissioni nazionali del 20-50%. Certo, questo varrebbe su scala nazionale, ma visto il minimo sforzo è lecito immaginarsi che sia fattibile.»

Come sapete People ha pubblicato un libro che cerca di fare il punto su animalismo, ambientalismo e modello di organizzazione della nostra società. È a cura di Gianluca Felicetti, presidente della Lav e esponente di spicco del mondo animalista.


Il libro esce in un momento in cui l’indicibile governo che ci ritroviamo sta facendo la propria battaglia contro la carne coltivata (che chiamano “sintetica” forse perché è la sintesi di tutte le stupidaggini, da parte loro) e in cui la pubblicazione politica più venduta dell’anno prende di mira – tra gli altri – anche i vegani, nella confusione “generale” dei luoghi comuni che affastella.

Eppure, la politica degli animali è strategica, perché – guarda un po’ – riguarda direttamente noi, che prima di tutto siamo animali (sempre meno politici). L’uomo è ciò che mangia, e noi ultimamente stiamo mangiando noi stessi, la possibilità di consegnare alle nuove generazioni un mondo ospitale e addirittura un futuro possibile.

Ridurre o eliminare il consumo di carne, affrontare la questione sempre rinviata degli allevamenti intensivi, ripensare l’agricoltura al di là delle proteste di categoria, è urgentissimo. E decisivo, come poche altre cose che ci possono venire in mente se vogliamo affrontare l’emergenza climatica (e anche l’inquinamento in Val Padana, per capirci).

Non farlo è stupido e autodistruttivo, proprio come prendersela con la minoranza vegana o negare la ricerca, all’insegna di una tradizione che non lo è: perché l’unica vera tradizione italiana, non solo per quanto riguarda il cibo, è di essere stati capaci di interpretare e accogliere le novità che arrivavano da lontano, a volte da un altro mondo. Proprio quello che dovremmo iniziare a costruire: perché solo un altro mondo ci salva dal disastro di quello in cui stiamo vivendo.

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