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  • Immagine del redattore Paolo Cosseddu

Le elezioni europee, figlie di un dio minore



Di cosa si parlerà, nella campagna elettorale per le prossime europee? Di nuovi, ulteriori improbabili accordi sui migranti, presentati come mirabolanti? Delle faccende personali della presidente del Consiglio? Delle gaffe dei membri del suo Governo? Insomma della qualsiasi, tranne che delle cose importanti? È il caso di chiederselo.


Si vota a giugno del 2024, tra poco più di sei mesi. Siamo a novembre, i panettoni sono già sugli scaffali e in un amen gli italiani saranno presi dall’approssimarsi del Natale: regali, tredicesima - per chi ce l’ha, gli altri pazienza -, pranzi e cene di famiglia. Poi, a seguire, quel clima sospeso che segue le festività, una specie di intorpidimento postprandiale, con un occhio al calendario per la prossima Pasqua, e uno alle previsioni del tempo. Perché è vero che con il cambiamento climatico la primavera arriva sempre prima, ma non si sa mai. E a quel punto saremo già praticamente in campagna elettorale.


Ah già, il cambiamento climatico: il tardivo autunno 2023 è stato segnato dalle alluvioni, come quello 2022 e quelli precedenti. Le immagini che circolano fanno impressione a tutti, ma alla fin fine non rilevano più di tanto nel dibattito pubblico, fanno ormai parte del paesaggio. Negli stessi giorni il Governo cercava di abbozzare la manovra per il 2024, densa di pasticci per gli oppositori e francamente non un granché nemmeno per i sostenitori, ma anche qui siamo nella norma. A proposito di pasticci, c’è l’offerta speciale, il 2x1, il Black Friday anticipato, e così è uscita pure la proposta di revisione costituzionale, che ha provocato qualche malumore, ma niente di che. Giorgia si è lasciata con Giambruno, e quella sì che è stata una notizia: sapendo andare oltre il gossip, bisognerebbe dedurne che qualcosa scricchiola, approfittarne, ma pare brutto, anzi, fiocca la solidarietà, in mancanza di neve.


Le elezioni europee, come appuntamento elettorale, sono sempre state figlie di un dio minore: i partiti corrono da soli, per via del sistema strettamente proporzionale, manca il tormentone estivo delle alleanze, che è l’unica cosa che interessa ai media, e quindi ai partiti, e quindi agli elettori. L’interesse è scarso, persino inferiore a quello per le amministrative, in cui almeno qualcuno ripone la speranza che venga sistemato il tombino davanti casa: politica altissima, con tutto il rispetto per i tombini. Al massimo, diventa un test: sui rapporti di forza all’interno della maggioranza, sulla tenuta del Governo, sulla necessità di un fatidico rimpasto, sullo stato di salute - si fa per dire - dell’opposizione, sul sempre incombente clima da regolamento di conti interno al Pd.


Nessuno ha davvero voglia di parlare di Europa. Eppure, solo un paio di anni fa, persino le forze più antieuropeiste avevano smesso di spararle contro, sperando che l’odiata burocratja continentale ci salvasse la pelle dalla crisi economica post-Covid. Non è durata. I miliardi sono arrivati, ma nemmeno ci siamo più di tanto scandalizzati per la nostra incapacità di spenderli, peraltro prevedibilissima. E chissà cosa sarebbe successo se l’Unione avesse avuto una maggioranza di destra vera, nazionalista, antieuropeista, contraria ai principi di solidarietà: ma tranquilli, potremmo essere costretti a scoprirlo tra pochi mesi. Con due guerre con cui, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti, una situazione energetica fin qui tamponata ma non risolta, e l’Italia in particolare molto indietro negli investimenti sulle rinnovabili, i tassi d’interesse alti, il debito insostenibile, l’inflazione, l’impoverimento della classe media, la trasformazione industriale richiesta dalla transizione ecologica pure quella al palo, e competitor come la Cina che si preparano a mangiarci vivi, con tutte le immaginabili e devastanti conseguenze sull’occupazione.


Poi certo, ci sono pure i migranti: gli accordi ballerini, disumani e disegnati per fallire, l’approccio securitario, la strategia di insistere sull’emergenza, di fronte a numeri che sarebbero invece gestibilissimi se solo smettessimo di strumentalizzarli, non sono solo del nostro Governo, ma dell’Europa tutta. Un continente stagnante, vecchio, con la previdenza sociale prossima a finire a gambe all’aria, incapace di dire la verità e di comportarsi di conseguenza. Già ora, e da un bel po’: figuriamoci cosa ci attende se dovessero vincere le destre, che avanzano quasi ovunque.


Servirebbe un dibattito gigantesco, altroché, come lo sono i temi che abbiamo di fronte. I partiti dovrebbero esser chiamati a rispondere delle questioni, senza permetter loro di rifugiarsi nelle bagatelle quotidiane, l'informazione dovrebbe parlarne ogni santo giorno, le persone dovrebbero sentirsi coinvolte, perché in effetti è così. Altro che "test". Sarebbe bello.


A noi, però, tutto questo non interessa. Perché siamo furbi, noi.



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