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  • Immagine del redattoreFrancesca Druetti

Le Pietre d’Inciampo, qui, oggi

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L'importanza e l’impatto delle Pietre d’Inciampo, che possiamo riscontrare nella partecipazione e nella diffusione del progetto, che a giugno scorso ha superato le 100.000 pose, nascono da diversi fattori, tra cui sicuramente il fatto che non sono solo un monumento al passato, ma un monito per il futuro. E lo sono fin dall'inizio della loro genesi e diffusione.

 

Sono infatti state ideate da Gunter Demnig nei primi anni Novanta in una Germania in cui la memoria della persecuzione dei Rom è un discorso che investe il presente: il dibattito sul diritto d’asilo era un tema caldo in tutta Europa, in particolare nei confronti dei Rom in fuga dalla guerra in ex-Jugoslavia, dalla violenza e dalla criminalizzazione di cui sono oggetto in Romania. Nascono in questo contesto, a Colonia, le tracce di Rom e Sinti, dai quartieri in cui avevano vissuto, fino alla stazione da cui erano stati deportati: tutto era cominciato lì, nei luoghi in cui quelle persone avevano vissuto; ed è da questi spazi che occorre ripartire, per far emergere il ricordo dell’orrore cui vennero sottoposti. Ma come fare? La risposta di Demnig è lo Stolpersteine Projekt. La ricerca sui nomi, gli indirizzi, la creazione della Pietra, la posa: una pratica artistica che tanto denuncia quanto attiva la memoria, e il cui obiettivo è mostrare come l’orrore dello sterminio sia partito proprio dalle nostre strade, dalle porte delle nostre case.

 

Ecco perché non è un caso che la prima persecuzione ricordata dalle Pietre sia quella dei Rom e Sinti deportati da Colonia: il sentimento anti zigano è ancora ben presente oggi, e la memoria di quelle deportazioni è un monito molto attuale. Ma un’altra caratteristica delle Pietre è quella di essere dedicate a tutte le categorie di persone che i regimi nazifascisti hanno perseguitato, deportato ed eliminato: oppositori politici, ebrei, omosessuali, testimoni di Geova, asociali, disabili, senza fissa dimora, internati militari… è un’impostazione precisa del lavoro di Demnig, che, come descrive lui stesso, “è stato pensato fin dall’inizio per ogni tipologia di vittime e per tutta l’Europa”. Questo si è rivelato uno dei punti di forza del progetto, perché mette perfettamente in luce come le vittime, indipendentemente dalla ragione per cui sono finite nel mirino del regime, siano state identificate come “altri”, come cittadini e cittadine di serie b, meno meritevoli di essere liberi e vivere: l’individuazione del nemico e dell’”altro” e la sua deumanizzazione sono processi che preparano alla violenza e all’eliminazione.

 

Di conseguenza, si capisce come mai il nome sia l’elemento che ha il maggiore rilievo tra gli elementi della Pietra: “Una persona è dimenticata solo quando è dimenticato il suo nome”, una citazione ricordata da Demnig e che è diventata uno dei capisaldi del progetto. Il sistema concentrazionario era pensato, prima ancora che per lo sfruttamento e l’eliminazione finale delle persone, per la cancellazione dell’individualità e dell’umanità stessa: «quello fu il fattore scatenante: l’idea di ridare loro i nomi. Nei campi erano solo dei numeri. Stück, “pezzo”, era il modo in cui venivano chiamati i deportati. Primo Levi descrive la terribile trafila a cui viene sottoposto all’arrivo ad Auschwitz come «la demolizione di un uomo»: i prigionieri vengono privati di abiti, scarpe, capelli. E del nome: «Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. [...] Il mio nome è 174517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro». Lo stesso destino di Liliana Segre, che arriva ad Auschwitz quando ha undici anni in meno di Primo Levi e che oggi può dire: «quel numero lo porto con grande onore perché è la vergogna di chi lo ha fatto. Persone odiate per la colpa di essere nate e che non avevano più diritto al loro nome diventano un numero. Il numero serve, in quella numerazione, per sapere quanti pezzi c’erano. Io sono stata un pezzo». I nomi sulle Pietre riportano alle loro case coloro che ne erano stati strappati, e chi non è tornato, nemmeno dopo la morte: “piccole lapidi che ricordano chi non ha una tomba”, sempre con le parole di Liliana Segre.

 

Ogni Pietra d’Inciampo è anche un processo insieme artistico e artigianale. Con i suoi dieci centimetri per lato, occupa poco spazio fisico, ma l’opera non si risolve in una Pietra, o in cento, o in mille. Se non possiamo immaginare il lavoro di Demnig come “finito”, non possiamo nemmeno immaginare le Pietre come separate le une dalle altre. Un monumento diffuso ma organico. Storici come Pierre Nora si sono preoccupati del fatto che ai luoghi di memoria venga delegata la responsabilità di ricordare, rimuovendo tutta quella pratica interiore e collettiva che andrebbe invece esercitata di continuo. Le Pietre, invece di un luogo, costituiscono tanti punti di attivazione della memoria, su cui non è necessario recarsi, perché sono già sul tuo cammino. E allo stesso tempo, le Pietre d’Inciampo non si limitano a restare ferme nelle strade come sampietrini, ma agiscono come semi (in modo molto calzante, dato che vengono posate nel terreno) di una varietà di progetti e iniziative. E in particolare, scuole, scuole, e ancora scuole. L’interesse delle generazioni più giovani per il progetto e il loro impegno nel farlo crescere è uno degli aspetti dell’intera esperienza che sono più gratificanti e forieri di speranza, riportandoci alla risposta data da Liliana Segre alla studentessa che le chiedeva cosa si può fare perché i giovani non dimentichino: “La risposta sei tu, qui”.


Le pietre della memoria è un libro di Francesca Druetti pubblicato da People, disponibile qui

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