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  • Immagine del redattoreFranz Foti

Lo stop all'Affirmative Action e l'inganno della meritocrazia



Con una sentenza di cui si è molto parlato anche sui canali allnews italiani, la Corte Suprema degli Stati Uniti ieri ha proibito a college e università americane l'utilizzo della cosiddetta Affirmative Action, cioè - per farla molto breve - della pratica di riserva una certa quota di posti alle minoranze etniche nel processo di ammissione a questi istituti, introdotta una sessantina di anni fa in seguito ad alcuni ordini esecutivi prima del presidente Kennedy, poi del suo successore Johnson.


Quella era però l'era delle lotte per i diritti civili, oggi invece la Corte Suprema - o per lo meno il gruppo di giudici di estrema destra nominati prima da Bush e poi da Trump che ne costituisce la maggioranza - sembra attivamente impegnata a demolire quanto costruito in decenni di lotte.


Ovviamente la relazione di maggioranza della Corte ha invocato il sacrosanto principio dell'uguaglianza basata sul merito, scatenando in particolare il giudice nero Clarence Thomas, il quale ha dichiarato che proprio per aver lottato una vita contro le discriminazioni è contrario alle quote etniche, e tutti i media conservatori hanno applaudito alla fine di questa pratica discriminatoria (nei confronti dei bianchi).


Strano però che - come già osservato prima da Alexandria Ocasio-Cortez e poi dallo stesso presidente Biden nel suo duro intervento in dissenso dalla Corte - in tutto questo afflato meritocratico i massimi giudici degli Stati Uniti si siano dimenticati di proibire un'altra pratica indiscutibilmente poco basata sul merito, quella delle cosiddetta legacy admission, cioè delle quote riservate ai figli o ai parenti stretti degli ex alunni. Una politica diffusissima - la impiegano tutte maggiori università e i college più presitigiosi con la sola esclusione dell'Università della California e del MIT - che fa sì che i figli degli ex studenti abbiano sei volte le chance di essere ammessi negli atenei dei loro coetanei "normali". Curiosamente, oltre il 70% degli immatricolati legacy è bianco e molto facoltoso. D'altro canto, la pratica fu introdotta nella prima metà del secolo scorso per paura che le università americane fossero invase da studenti ebrei e cattolici, cioè irlandesi e italiani - all'epoca gli studenti neri o ispanici non erano un problema, quando l'America era grande, grande era la segregazione razziale.


Questo tipo di discriminazione, che pure molti esperti di diritto americani considerano platealmente anticostituzionale, non sembra disturbare più di tanto i paladini della meritocrazia, tantomeno quelli della Corte Suprema. Forse perché non "privilegia" i settori meno forti della società, ma premia come sempre la ricchezza dinastica e la concentrazione di potere, proprio quella che in gran parte finanzia le prestigiose università private americane, proprio quella dei miliardari come Harlan Crow che, come rivelato qualche mese fa da Propublica, da anni pagano costosissime vacanze e viaggi in tutto il mondo a loro spese e sui loro jet privati al giudice Thomas di cui sopra, quando questi non è impegnato a lottare contro le minoranze etniche, le donne, le persone LGBT e i poveri.


Ancora una volta, che arrivi da questo o da quel lato dell'Atlantico, quando vi parlano di meritocrazia, in realtà è difesa del privilegio.

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