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  • Immagine del redattoreTommaso Catone

Matteotti l'integerrimo



Il nome di Matteotti ricorre spesso nel nostro quotidiano, attraverso le piazze, le vie e i monumenti (mai abbastanza) dedicati a lui. E Il 30 maggio di quest’anno ricorre il centenario dell’ultimo discorso alla Camera del deputato socialista, quello più duro e più incisivo, col quale denunciò per l’ennesima volta le violenze e i brogli elettorali: tutto a braccio, continuamente interrotto e subissato dai fischi oltre che dagli insulti. Botta e risposta in un’aula ricolma di fascisti. Giacomo “il tempesta”, come lo chiamavano i suoi amici e compagni, sapeva come “abbattersi” sopra quella marea nera. Era pronto a svelare la corruzione dilagante che risaliva verso gli apici dello Stato, legata a concessioni petrolifere. Quel discorso, previsto per l’11 giugno secondo il calendario parlamentare, non poté pronunciarlo.


Il 10 giugno viene sequestrato e brutalmente massacrato dalla Ceka, la polizia segreta fascista. Sono cinque uomini, ex arditi e malavitosi, al servizio di Mussolini stesso. Il suo corpo spogliato viene gettato in una fossa poco profonda, scavata con una lima, viene piegato in due e ricoperto dai rami in un bosco di periferia a qualche chilometro da Roma.

A un secolo di distanza, la sua memoria giunge a noi congelata in quell’estremo sacrificio. Con Uniti nella stessa lotta, e in particolare col fumetto che ne costituisce la parte centrale, abbiamo cercato di indagare la personalità e il pensiero di Giacomo: spulciando tra documenti dell’epoca, pagine di giornale e resoconti stenografici. Tra le fotografie che lo ritraggono in montagna a passeggiare con gli amici, o in villeggiatura coi figli, o mentre praticava canottaggio. Guardando anche qualche video che risale ai quei tempi: uno dei primi congressi in cui fu presente una cinepresa è stato il Congresso del Partito Socialista Italiano a Livorno del gennaio 1921. Fu posizionata all’esterno del teatro Goldoni, per via della scarsa sensibilità della macchina alle luci negli interni. Purtroppo, Matteotti non c’è in quelle riprese dato che era tornato a Ferrara dove era stato arrestato il sindaco socialista e il capo delle leghe rosse. Tornò in città per assumere in fretta e furia la direzione della Camera del Lavoro, le camicie nere lo aspettavano per aggredirlo.


Per entrare a fondo negli stati d’animo, comprendere a pieno il suo linguaggio e quindi rendere verosimili i dialoghi, abbiamo indagato soprattutto i suoi scritti e la fitta corrispondenza – i due erano spesso lontani - con sua moglie Velia. Giacomo Matteotti era un uomo integerrimo. C’è chi, forse per non avvicinarlo troppo ai rivoluzionari, lo definisce un riformista intransigente. Certamente puntiglioso e riflessivo. Condannava la rivoluzione violenta e disorganizzata, ma con ciò non escludeva tale necessità, realizzabile di giorno in giorno attraverso l’opera delle leghe del lavoro e promuovendo un’alfabetizzazione sia linguistica che amministrativa della classe proletaria. Condannava aspramente anche la guerra; tale condanna, con conseguente accusa di disfattismo, gli costò nel 1916 la rimozione dalla carica di consigliere provinciale e il confino nel luogo più distante, la Sicilia, nelle batterie dell’esercito presso Campo Inglese. Le lettere che si scambia con Velia durante il “soggiorno” in Sicilia ci mostrano una sorprendente vivacità, perfino del sarcasmo. Un’attitudine al gioco, alla leggerezza che, nonostante le tribolate vicissitudini, scopriamo negli inglesismi “ti kisso”, “forghettato”, o negli appellativi che dava ai suoi familiari, in primis a Velia, la sua dolce “Chini”, come la chiamava “L’artigliere Giaky” tra un’esercitazione militare e l’altra, o al nascituro primogenito Matteo, ovvero “Strombolicchio”.

Matteotti è molto più di un martire o di un eroe. Matteotti è anche Giacomo… detto Giaky. Sesto di sette figli (i primi quattro morti al primo anno d’età) di Gerolamo e Isabella, due commercianti di lavorati in ferro e rame con una bottega a Fratta Polesine. Il fratello maggiore Matteo, e come capita spesso anche il prediletto, lo inizia al socialismo fin da piccolo, a immedesimarsi con le poveri genti e i braccianti che vivevano nei campi accanto alla loro casa in condizioni di sfruttamento e spesso affetti da malattie, come la tisi, che flagellò la stessa famiglia Matteotti in seguito. Fu amante, un marito e un padre affettuoso, un militante socialista, un esperto amministratore e segretario del partito Socialista Unitario da lui fondato insieme a Filippo Turati, storico compagno, suo mentore e amico.


Frequentava la redazione “del Turati” e della compagna femminista e “dutura” delle donne povere Anna Kuliscioff, al civico 23 di piazza Duomo a Milano, dove aveva sede il loro giornale, la Critica Sociale.  Nel fumetto immaginiamo i loro discorsi, il tono della loro voce. Rappresentiamo anche la distanza inevitabile dalla pericolosa retorica di Mussolini, il “gran capo degli assassini” come lo appellò con un ritratto del suo faccione  Albe Steiner, il nipote undicenne di Matteotti, appena saputo dell’uccisione dello zio, in quello che rappresenta il primo manifesto del piccolo e già promettente grafico.

Le tavole finali del fumetto chiudono il cerchio intorno all’immagine e alla rappresentazione che è stata fatta di Giacomo Matteotti, al poster o al santino ritrovato in soffitta, a quello che ci resta. Un cerchio che si chiude, e però riapre ciclicamente, perché ancora oggi possiamo dirci “uniti nella stessa Lotta”: la sua, la loro.

Il libro è disponibile in tutte le librerie e su www.peoplepub.it    

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